venerdì 24 agosto 2018

Moulay Ismail e il Bab-el Mansour



Moulay Ismail, secondo sultano della dinastia alawita (quella che ancora oggi governa il paese) e discendente del profeta Maometto, iniziò in modo indimenticabile la sua ascesa al potere nel 1672, all'età di 25 anni: come segno di avvertimento per le inquiete tribù locali, fece adornare le mura delle due grandi capitali imperiali, Fès e Marrakech, con le teste di  10 000 nemici uccisi, raccolte probabilmente durante le battaglie contro i ribelli nel nord del Marocco.
Iniziava così un regno che si distinse particolarmente per l'efferata violenza, ma Moulay Ismail fu uno dei pochi sultani del Marocco in grado di esercitare il controllo su tutto il paese. La sua crudeltà era leggendaria (tanto da meritarsi l’epiteto di “sanguinario”) e l'allegra disinvoltura con cui decapitava gli sventurati servitori che lo scontentavano o le persone che non lavoravano abbastanza duramente probabilmente diede un forte contributo alla stabilità del suo dominio.
I primi 20 anni del suo sultanato furono caratterizzati da sanguinose campagne di pacificazione, ma si dice che più di 30 000 persone siano morte solo per mano sua.
Il motivo essenziale alla base del suo successo militare era la malfamata Guardia Nera: dopo aver portato circa 16 000 schiavi dall'Africa nera, Moulay Ismail si assicurò la continuità del suo elitario esercito fornendo donne ai soldati e destinando i loro figli al servizio nella Guardia. Alla sua morte la Guardia Nera era aumentata di dieci volte e sembrava un'enorme famiglia il cui mantenimento era pagato dalle casse dello stato.
Oltre a reprimere le ribellioni interne, Moulay Ismail scacciò i portoghesi e gli inglesi da Asilah, Larache, Mehdiya e Tangeri; la Spagna riuscì a rimanere a Ceuta, Melilla e AI-Hoceima nonostante gli incessanti assedi. Egli si sbarazzò della minaccia ottomana proveniente dall'Algeria creando una frontiera orientale stabile con una serie di fortificazioni con centro a Taza e inoltre diede vita a una sorta di protettorato sull'odierna Mauritania.
Contemporaneo del sovrano francese Luigi XIV, il Re Sole, Moulay Ismail si ispirò almeno in parte alle descrizioni di Versailles quando progettò la costruzione del suo palazzo imperiale e degli altri monumenti di Meknès. Uno dei monumenti storici più ben conservati e belli della città è il “ Bab el-Mansour”. L'elaborato cancello ad arco a ferro di cavallo e le sue porte di legno alte 15 metri, sono situate al largo della piazza el-Hedim e offrono uno spaccato della grande visione di Ismail. La porta (bab in arabo) monumentale reca un'iscrizione che si traduce come "Io sono la porta più bella del Marocco. Sono come la luna nel cielo. La proprietà e la ricchezza sono scritte sul mio fronte. “ La cosa veramente interessante però è che, a differenza di altre porte marocchine, questa è una follia che non porta da nessuna parte ed è stata commissionata da Ismail semplicemente per impressionare i visitatori.  
La leggenda narra che quando il cancello fu completato, Moulay Ismail lo ispezionò e chiese a Mansour Laalej, l’architetto che l’aveva progettata, se si sarebbe potuto fare di meglio. El Mansour si sentì in dovere di rispondere di si,  ma questo fece talmente arrabbiare il sultano che decise di farlo giustiziare. Per quanto colorata possa essere questa storia locale, i documenti storici mostrano che probabilmente non si verificò poiché la porta fu completata solo nel 1732, dopo la morte del sultano e sotto il regno di suo figlio, Moulay Abdallah.
Per decenni Moulay Ismail  cercò di assicurarsi l'alleanza della Francia contro la Spagna, ma  nonostante i due sovrani si scambiassero spesso regali, Luigi XIV non diede il suo consenso quando Moulay Ismail chiese in sposa una delle sue figlie, la principessa di Conti. Non che il sultano avesse bisogno di ulteriore compagnia femminile: pare che quando morì avesse quattro mogli, 500 concubine e 800 figli.

http://www.cralfem.it/moto/Moulay%20Ismail.htm

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martedì 24 luglio 2018

Palazzo el Badi




Il Palazzo el Badi, letteralmente l’Incomparabile, era una sontuosa dimora decorata con piastrelle dipinte a mano, mosaici, oro, onice, marmo e coperta da soffitti in legno di cedro, ma oggi non resta molto dell’antico splendore. Il sovrano alawita Moulay Ismail lo saccheggiò 75 anni dopo la sua costruzione per edificare il suo palazzo imperiale a Meknes. Conosciuto anche come Palazzo dei tre re o  palazzo vecchio, il Palazzo el Badi è stato costruito nel XVI secolo dal sultano Ahmed Al Mansour Saadien Dhahbi per celebrare la vittoria contro l’esercito portoghese. Il sultano scelse di edificarlo nell’angolo nord-orientale della Kasbah, vicino ai suoi appartamenti privati, e volle un ampio cortile con al centro una fontana monumentale con due vasche sovrapposte e sormontata da un getto d’acqua. Su entrambi lati, inoltre, si trovavano due padiglioni coperti da cupole sorrette da dodici colonne mentre due padiglioni di dimensioni maggiori occupavano il lato settentrionale e quello meridionale. Oggi el Badi è sostanzialmente in rovina e restano solo alcuni frammenti di colonne, stucchi e piastrelle. Vale la pena visitare le prigioni sotterranee e la terrazza da dove si può godere di una magnifica vista sui tetti di Marrakech. Nel mese di giugno, inoltre, il palazzo el Badi è scenario di una festa popolare che vede la partecipazione di gruppi musicali e ballerini provenienti da tutto il Marocco.

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giovedì 28 giugno 2018

Il nome del convertito


La conversione all'Islam è considerata come una nuova nascita, una rigenerazione spirituale, dunque l'adozione di un nuovo nome è un atto assolutamente naturale.
La nuova identità, data dal nome arabo scelto, viene utilizzata soprattutto all'interno della Ummah, mentre per la "burocrazia" del proprio paese rimane in uso il nome precedente.
Il nome può essere scelto dal convertito stesso in funzione delle sue affinità spirituali o delle sue aspirazioni, oppure può essere suggerito dai fratelli o dalle sorelle Musulmani/e, solitamente da qualcuno che è stato spiritualmente vicino al nuovo "Muslim".
Si può scegliere un nome arabo che abbia una corrispondenza di senso con l'originale, ad esempio Nûrah per Lucia; Karîma per Adele = nobile.
La corrispondenza può essere stabilita anche in funzione del suono  come Safiyya per Sofia o Farîd per Alfredo.
Se il nome di origine si riferisce ad un personaggio biblico o evangelico se ne potrà adottare la forma araba; avremo Dawud per Davide, Yûsuf per Giuseppe, Yahyâ per Giovanni e Maryam per Maria.
Naturalmente si può scegliere anche un nome assolutamente diverso da quello di nascita.

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martedì 22 maggio 2018

Ramadan nel mondo: le tradizioni del Qatar


MUBARAK ALEKOUM EL SHAHAR


cannon fire ramadan

L'atto del digiuno nel Ramadan è lo stesso per i musulmani di tutto il mondo, ma alcuni costumi e tradizioni differiscono da paese a paese così come ogni cultura e lingua ha il proprio modo di salutare amici e familiari per segnare l'inizio del mese sacro. In Qatar si dice “Mubarak alekoum el shahar”.
La vita in Qatar durante questo mese presenta due aspetti:
Il primo è la vita dei residenti stranieri che cercano di replicare i costumi e le tradizioni delle loro terre d’origine; sono infatti milioni le persone provenienti da vari paesi arabi e musulmani che abitano in questo stato.
Il secondo è la vita condotta da cittadini del Qatar, che si prendono cura di far rivivere le loro tradizioni e costumi secolari.
AL NAFLA
Due settimane prima dell'inizio del mese sacro, nel mezzo di Sha'ban (il 14° giorno del calendario Hijri) si celebra Al Nafla.
Al Nafla si basa sull'atto di dare e condividere. Le famiglie si riuniscono per preparare i piatti tradizionali. Il cibo viene poi distribuito ai vicini e ai poveri. Mentre si cucina per questa ricorrenza, si iniziano anche a preparare gli ingredienti per i piatti del mese di Ramadan e si ricordano i premi e le benedizioni associati al mese in arrivo.
E' una tradizionale festa per bambini celebrata dopo la rottura del digiuno nella quattordicesima notte del Ramadan. Vestiti con abiti tradizionali e portando  a tracolla una borsa decorata, i bambini camminano nei loro quartieri cantando la canzone di Garangao. Bussano alle porte per ricevere caramelle e noci. In passato si usava regalare riso e grano, ingredienti usati per un piatto tradizionale del Qatar chiamato Harees.
RAMADAN CANON
Un'altra caratteristica distintiva del Ramadan in Qatar è il suono dei cannoni che continua a segnare il tempo di rompere il digiuno mentre  la professione di Al-Musahhir, l’uomo che svegliava la gente per l’ultimo pasto prima dell’alba, è completamente scomparso. L’ uso del cannone permetterebbe, anche chi è lontano dalla città, di sentire il segnale e sapere che è il momento di rompere il digiuno.
Questo cerimoniale è trasmesso anche  in diretta su Qatar TV come indicazione della fine della giornata.
PIATTI TRADIZIONALI
Al-Harees è un piatto a cui nessuno rinuncia nel mese di Ramadan. Consiste in purea di grano mista a carne, burro chiarificato e cannella in polvere. Sempre presenti in tavola anche Ath-Thareed, pezzi di pane in brodo vegetale o di carne e  Al-Majboos , pollo cotto al forno nel riso. Non possono mancare nemmeno i dolci tradizionali come : Al-Muhallabiyyah, che consiste in riso e latte conditi con zafferano e cardamomo. Al-Luqaymaat, gnocchi dolci e Luqmatul-Qaadhi pasticcini fatti di pasta fritta impregnata di sciroppo, salsa di cioccolato o miele, con cannella e a volte cosparsi di sesamo o noci grattugiate. Subito dopo la preghiera Taraaweeh, gli uomini si riuniscono per il pasto di mezzanotte chiamato Al-Ghibqah. Dopo di che, trascorrono la serata in amichevole conversazione . Anche le donne si incontrano dopo Taraaweeh per serate piacevoli. Durante Al-Ghibqah, i piatti speciali serviti sono: Al-Mehammar, pesce fritto e riso cotto con lo zucchero, Al-Harees e Al-Madhroobah,mix di pesce salato, spezie e farina.

Garangao-Doha-Qatar

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martedì 1 maggio 2018

La leggenda del Taj Mahal.



“Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”: così il poeta Rabindranath Tagore definì il Taj Mahal, monumento simbolo dell'India e capolavoro senza eguali dell'arte persiana. Ogni giorno migliaia di visitatori restano a bocca aperta davanti a questo celeberrimo mausoleo, patrimonio UNESCO dal 1983, che si è guadagnato di diritto un posto fra le nuove sette meraviglie del mondo.
Il Taj Mahal, il cui nome significa “ palazzo della Corona”, fu costruito come monumento dedicato all’amore eterno. Si racconta infatti, che l’imperatore mughal Shah Jahan aveva molte mogli, ma la sua favorita era la seconda moglie Arjumand Banu Begum, meglio conosciuta come Mumtaz Mahal (che in persiano significa “gioiello/eletta del palazzo”) principessa originaria della Persia. Quando lei morì nel 1631 a soli 38 anni, mentre accompagnava il marito durante una campagna militare nel sud dell’India a Behrampur, aveva appena dato alla luce il loro quattordicesimo figlio. La sua morte fu un vera tragedia per l’imperatore, tanto che, nel giro di pochi mesi, i suoi capelli e la sua barba diventarono completamente bianchi per il dolore.
Esistono varie leggende sulla decisione di edificare il Taj Mahal, una di queste racconta che prima di morire, Mumtaz Mahal chiese all’imperatore di farle quattro promesse nel caso in cui fosse morta prima di lui. Come prima promessa gli chiese di costruire il Taj Mahal; la seconda di risposarsi per dare una nuova mamma ai loro figli; la terza che sarebbe sempre stato buono e comprensivo con i loro figli; e infine la quarta, che avrebbe sempre visitato la sua tomba nell’anniversario della sua morte.
Di tutte queste promesse la prima sembra l’unica ad essersi avverata.
La costruzione del Taj Mahal, che sorge sulle rive del fiume Yamuna ad Agra, nell’India Settentrionale, iniziò nel 1632 e ci vollero ben 22 anni per essere completata. Vennero impiegati più di 1000 elefanti e ventiduemila persone tra cui l'architetto italiano Geronimo Veroneo che lavorarono sul progetto di Ustad Ahmad Lahauri. L'unico materiale locale utilizzato fu l'arenaria rossa che decora le diverse strutture del complesso. Tutto il resto fu fatto arrivare da lontano: il marmo bianco da Makrana, il diaspro dal Punjab, la giada e il cristallo dalla Cina. C’erano anche turchesi, lapislazzuli, e una lunga lista di altre pietre preziose, 28 tipi in totale, incastonati nel marmo per un costo di circa 32 milioni di rupie. Persino le impalcature erano pregiate: non di bambù, come si usava da quelle parti, ma di mattoni. Al termine dei lavori l'enorme struttura doveva essere smantellata, un'operazione che avrebbe potuto richiedere anni ma l'imperatore trovò una soluzione più veloce: chiunque avesse dato una mano, poteva tenersi i mattoni. In una notte, l'intero involucro fu smantellato, rivelando il tempio in tutto il suo splendore. Una meraviglia che non poteva rischiare di essere eguagliata: per questo Shah Jahan ordinò di mozzare i pollici agli scultori, di decapitare i progettisti e  amputare le mani a tutti i lavoratori impegnati nella titanica impresa.
Del resto anche a lui toccò una sorte non molto migliore: morì poco dopo la fine dei lavori, in prigione, dove il figlio lo aveva confinato per prenderne il posto. Gli fu concesso comunque l'onore di essere sepolto nel Taj Mahal, accanto alla sua amata. Almeno questo è ciò che racconta la leggenda.
Il Taj è rosato al mattino, bianco latteo alla sera e d’oro quando la luna splende. Sembra quasi che questi cambi di colore rispecchino la mutevolezza dell’umore femminile, o almeno così si dice in India.

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lunedì 16 aprile 2018

Le Hadit




Fin dall'inizio della missione profetica di Maometto, coloro che avevano accolto il messaggio islamico e quindi intendevano praticare l'Islam, erano solleciti nel registrare tutto quanto l'inviato di Allah faceva e diceva per poter, seguendo i suoi esempi ed obbedendo ai suoi precetti, realizzare in forma islamica la loro esistenza.  I resoconti e le storie,radunate dagli studiosi islamici hanno dato origine alle Hadit. Hadith è una parola araba che deriva dal verbo "hàddatha" e significa "narrare, raccontare, riferire a qualcuno intorno a qualcosa, riferire a qualcuno qualcosa, appresa da un altro”. Le Hadit quindi sono una raccolta di detti e azioni memorabili, attribuiti a Maometto, alla sua famiglia e ai suoi compagni. Sono un testo importantissimo per l’ Islam secondo per autorità e sacralità solo al Corano. Se nel Corano è centrale, l'insegnamento religioso, le Hadit sono un’utile fonte per tutti tutti quei musulmani che vogliono seguire l'esempio del profeta nella condotta della loro vita, anche nelle cose più minute. Senza  tali  spiegazioni il Corano potrebbe essere frainteso e male interpretato dalle persone, quindi il Profeta si premurò di spiegare e dimostrare ai suoi compagni come i versetti coranici dovevano essere letti e compresi. Ad esempio, i dettagli su come eseguire salat (la preghiera rituale), pagare la zakat, o eseguire l’ Hajj sono stai spiegati dal Profeta attraverso le sue parole e azioni, e non dal Corano. Gli studiosi islamici considerano le Hadit una trascrizione di storie ed episodi tramandati all'inizio per via orale e sono ben consapevoli delle numerose e insanabili contraddizioni in esse presenti. I compilatori delle Hadit, comunque, non si curarono di raccogliere il materiale secondo criteri di coerenza, con lo scopo di ottenere un racconto organico, piuttosto, presero in considerazione l'attendibilità della fonte e non esclusero affatto che versioni contraddittorie di uno stesso episodio potessero contenere elementi che, in diverse circostanze, si potessero rivelare utili per orientare la vita e le azioni dei fedeli. Ogni Hadith consiste di due parti: la tradizione stessa o matn (ad esempio le parole del Profeta) e l'isnad (catena di autorità). L'isnad indica i trasmettitori umani attraverso i quali veniva trasmessa la tradizione. Gli studiosi musulmani  iniziarono presto cercare informazioni sui trasmettitori e ad esaminare le hadith distinguendo  quelle che erano autentiche (sahih), da quelle che erano solo buone (hasan), deboli (da’if), mawdu o batil (falsificate). Scoperto che un hadith è sahih o hasan , è ammissibile come Sharia. La distinzione fondamentale è quella tra hadith nabawi (da nabi, profeta) e hadith qudsi (santi). Nei primi si riporta un’affermazione fatta direttamente da Maometto, i secondi, invece, sono le parole del Profeta, ispirate da Allah, che non sono registrate nel Corano. Una piccola curiosità: già in una collezione del IX secolo, quindi molto vicina all'epoca in cui visse Maometto, si elencavano 300.000 Hadith di cui oggi sembra che ne siano state riconosciute come attendibili solo 8000.

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venerdì 30 marzo 2018

L' hammam e i suoi rituali



Chi non l'ha mai provato, può pensare che l'hammam sia 'solo" un bagno turco o una sorta di bagno termale, ma in realtà è ben altro. Una seduta all'hammam è un'esperienza unica, che regala emozioni e che fa ritrovare un contatto più profondo con il proprio corpo. Bagni di vapore, aromi preziosi e speziati, incensi ed oli profumati, sono a disposizione per consentire di immergersi in una magica atmosfera di calma e rilassatezza.
Si accede innanzitutto ad un vestibolo, in cui ci si può spogliare e prepararsi  a passare alle altre stanze. Il trattamento originale prevede tre fasi. La prima si trascorre all’interno del tepidarium, una sala umida con una temperatura compresa tra i 30°-35°, utile per abituarsi al calore dell' hammam. Qui si riempiono due dei grandi secchi disponibili, uno con acqua fredda e uno con acqua calda e ci si lava superficialmente  per eliminare lo sporco sulla  pelle e sui capelli.
Si passa poi al  calidarium, ossia la vera stanza da bagno dove la temperatura arriva fino a 45° e ci si sottopone ad una rilassante seduta di bagno di vapore che aiuta il corpo ad eliminare la fatica, lo stress, i liquidi in eccesso, le impurità dell’epidermide e favorisce le vie respiratorie grazie all’effetto decongestionante del calore e dell’elevato tasso di umidità. In questo senso il bagno turco è un ottimo rimedio per raffreddore e influenza, malattie ai bronchi,  dolori muscolari, blocchi alla colonna, nonché disturbi di tipo artritico e reumatico; in generale, però, deve essere cautamente evitato da chi soffre di cardiopatia, forti disturbi respiratori e in seguito ad episodi di flebiti e trombosi.
Il bagno di vapore favorisce una notevole perdita di liquidi (ideale per chi soffre di ritenzione idrica), quindi è consigliabile reidratarsi, infatti nelle strutture è sempre presente una sala relax con tisane, tè alla menta e frutta a cui è possibile accedere in qualsiasi momento.
Successivamente si ritorna nella stanza calda per un lavaggio più accurato con il sapone nero e si passa alla fase di esfoliazione della pelle del corpo eseguita con  il guanto kessa (tipico guanto da scrub marocchino). Dopo aver lavato pelle e capelli, si utilizza l'acqua del secondo secchio per sciacquare via il sapone e la sporcizia dal corpo. 
Si conclude il tutto con l’immersione nel frigidarium (28°) ossia una vasca di acqua tiepida che richiude i pori e dal forte effetto tonificante. In questa stanza ci sono anche panchine dove ci si può rilassare e lasciare che il  corpo si abitui di nuovo alle temperature normali.  Se si vuole ci si può anche abbandonare alle mani di una massaggiatrice che può restituire vigore al corpo o sciogliere le ultime contratture  rimaste.
Interessante nei paesi arabi e mediorientali, la cerimonia del bagno della sposa che oltre ad essere un rituale estetico e di benessere/purificazione diventa simbolo di uno dei riti di passaggio più importanti quale è il matrimonio, una sorta di addio al nubilato in cui tutte le donne sono al servizio della sposa, il tutto accompagnato da canti e balli tradizionali; molto belli i disegni floreali applicati sulle mani e piedi della sposa a base di hennè considerato simbolo di buon auspicio e prosperità, la pulizia del corpo prevede anche la tradizionale tecnica di epilazione halawa.

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domenica 25 febbraio 2018

Le croci tuareg




La principale forma d’arte dei Tuareg si esprime nella decorazione, che va dalla sella dei cavalli, al cuoio, al metallo. Le decorazioni sui metalli sono chiamate Trik ed è con queste che si esprime la loro migliore creatività, spesso tramandata da padre in figlio. Collane, bracciali, anelli  e soprattutto le croci non sono solo ornamenti, ma hanno un significato particolare per ogni tribù. Il popolo Tuareg è suddiviso in 21 tribù (kel) ed ogni tribù ha un territorio di riferimento. Ogni gruppo ha una croce propria e ogni croce presenta particolari caratteristiche, nel disegno, nelle incisioni, nelle dimensioni. Questi simboli hanno differenti valenze e significati che vanno dal sociale e politico:( simbolo di appartenenza) magico:(valenza protettiva) decorativo (elegante monile di prestigio), esoterico:( reminiscenza storica di un passato cristiano che il popolo berbero presenta come rivalsa all’ Islâm e agli invasori arabi). È il caso della croce di Agadez, sicuramente la croce più conosciuta nel mondo, e delle altre venti croci che rappresentano altrettante Confederazioni, alle quali viene attribuito il potere di disperdere il male ai quattro angoli della terra attraverso i particolari bracci che le compongono. La loro nascita risale al periodo pre-islamico, influenzate nel loro esistere proprio dal cristianesimo molto diffuso nel grande bacino sahariano tra le popolazioni berbere prima dell’invasione araba. Simbolo dei quattro punti cardinali essa veniva donata da padre a figlio con una frase rituale “Figlio mio ti dono i quattro angoli del mondo, perché non sappiamo dove moriremo”. Originariamente ognuna di queste croci era costituita da un corpo ovoidale sormontato da un anello, con appendici secondarie diverse per ogni tribù. Col passare degli anni la ghianda si è appiattita, anche per motivi legati alla facilità di fabbricazione, arrivando alla sua attuale forma. La croce Tuareg viene realizzata secondo un antichissimo schema. Dapprima viene forgiato un modello grossolano in cera. Da questo viene poi tratto un modello in argilla e cotto in un fuoco generalmente tenuto attivo da un garzone attraverso uno strumento a soffietto di cuoio. La temperatura scioglie la cera dentro la quale si fa la colata d’argento. Una volta raffreddata l’artigiano apre l’involucro d’argilla e, come la perla nell’ostrica, ne trae la croce ancora grezza. Solo dopo averla limata manualmente e decorata la croce prende l’aspetto di prodotto finito. Dopo la croce è importante il triangolo. Il vertice rivolto verso il basso rappresenta la donna come matrice universale, mentre con il vertice verso l’alto rappresenta la montagna cosmica come la piramide in Egitto. Anticamente era il simbolo della dea Tanit che dominava le forze della natura. Il quadrato è, invece, il simbolo della terra, il simbolo del creato, il simbolo del mondo stabilizzato. La chiave realizzata nelle più svariate forme ha spesso una struttura che ricorda figure totemiche, possedendo all’estremità una fessura a mo’ di serratura. Le croci sono realizzate quasi esclusivamente in argento (l’oro non è trattato per ragioni religiose) e quelle di maggior pregio portano sulla faccia posteriore il simbolo dell’artigiano che le ha coniate. Sono portate sia dagli uomini che dalle donne.

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martedì 30 gennaio 2018

La conversione islamica



La parola “musulmano” significa “colui che si sottomette alla volonta’ di Dio”, a prescindere dalla sua razza, nazionalità o etnia. Diventare musulmano è un processo semplice e facile che non richiede pre-requisiti ; una persona può convertirsi in privato oppure alla presenza di altri.
Entrando nell’ Islam puramente per il Piacere di Dio, tutti i peccati precedenti vengono perdonati e la persona inizia una nuova vita di pietà e correttezza. Quando si accetta l’ Islam, ci si pente della condotta e di ciò di cui si ha creduto nella vita precedente. Il “registro” della persona diventa pulito, come se fosse appena nato.
Se una persona sente il reale desiderio di diventare musulmano, ha una ferma convinzione e crede fortemente che l’ Islam sia la Vera Religione di Dio, allora tutto ciò di cui ha bisogno è pronunciare la Shahada (Testimonianza di Fede). 
La Shahada è il primo e il più importante dei Pilastri dell’ Islam ; pronunciando questa testimonianza con Fede sincera, convinzione e capendone il significato, una persona entra nella Ummah Islamica. Si può fare da soli ma sarebbe molto meglio farlo di fronte a testimoni (fratelli musulmani).
La testimonianza di fede (Shahada):
«Ashadu an là ilàha illà Allàh, wa ashadu anna Muhammad Rasul Allàh»
La cui traduzione e’:
“Testimonio che non vi e’ altro Dio se non Dio, e che Mohammed e’ il Suo Servo e Suo Messaggero”

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venerdì 15 dicembre 2017

Danze tradizionali del Marocco


ahidous
Le danze nel Marocco sono differenti a seconda delle aree geografiche in cui sono nate e si sono sviluppate. Una danza tipica delle regioni del Medio Atlante è l’ahidous, diventata quasi la danza nazionale del Marocco, data la sua diffusione. È una danza di origine berbera in cui uomini e donne si dispongono in cerchio attorno ai musicisti, alternati, cantando in antifona strofe di canti tradizionali berberi. I musicisti suonano uno strumento tipico, il bendir, un tamburo di origine orientale senza sonagli. Lo si danza in ogni occasione festiva, in particolare nelle feste principali, alla fine della Festa del sacrificio (Eid - al Adha) e nei giorni delle nozze; inoltre, d'estate, dopo la mietitura, quasi tutte le sere nei villaggi.


ahouach

Nelle regioni a sud, invece, nell’Anti Atlante, è diffusa la danza ahouach, una danza simile all’ahidous ma meno complessa. A ballare sono soltanto le donne che, in abiti dai mille colori, si dispongono attorno ai musicisti, ondeggiano, battono le mani e rispondono ai ritornelli cantati dagli uomini.

guedra
Scendendo ancora più a sud, nelle zone del Marocco sahariano, tra il popolo tuareg,  è tipica la guedra, danza che prende il nome dal tamburo che ne scandisce il ritmo. Questo tamburo è in realtà una grossa pentola di terracotta che viene trasformata in uno strumento a percussione. Accerchiata da un piccolo gruppo di uomini che suonano, una donna in mezzo al cerchio, inginocchiata e coperta da un velo nero, danza seguendo il ritmo impresso dai tamburi, i movimenti delle braccia, della testa e delle mani diventano sempre più frenetici fino a cadere in una sorta di trance e di ipnosi sensuale e travolgente. 
Anticamente la guedra era rituale di guarigione e benedizione. Il rituale inizia con il tamburo suonato ad un tempo lento che ricorda il battito del cuore. Questo è accompagnato da battimani e canti che nella tradizione africana si dicono “chiamata e risposta”. La ballerina indossa un kaftano avvolto da un lunghissimo tessuto chiamato 'haik', appuntato sulla clavicola con fibule (vecchie spille di sicurezza romane), un complesso copricapo di conchiglie di ciprea e perline, con i capelli strettamente intrecciati e incorporati nel copricapo. Un velo blu o nero copre la testa e il viso e una grande collana "magica" è posta sopra questo velo, attorno al collo. Spesso la danzatrice inizia a muoversi ipnoticamente da una posizione eretta, che è chiamata T'bal e le mani seguono il ritmo con piccoli movimenti. E’ quando la ballerina si posiziona in ginocchio che si parla di guedra . All'aumentare del tempo, aumentano anche i movimenti delle mani e delle braccia che segnano le quattro direzioni: Nord, Sud, Est e Ovest; i quattro elementi: Fuoco (il sole), Terra, Vento e Watesun (la sabbia), il passato il futuro, il fegato, l'anima e tutti i presenti che ricevono le benedizioni della danzatrice. Con il crescendo della danza, iniziano anche l'ondeggiamento e il rigirarsi della testa da un lato all'altro, i sollevamenti e le cadute del torace e infine viene rimosso il velo dalla faccia e dalla testa.
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mercoledì 8 novembre 2017

L'adozione nei paesi islamici


“Dio non… ha fatto dei vostri figli adottivi dei veri figli… Chiamate i vostri figli adottivi dal nome dei loro veri padri… E se non conoscete i loro padri, siano essi vostri fratelli nella religione e vostri protetti…”. Corano (Sura XXXIII: 4-5, 37-40)

A parte la Tunisia, l’adozione nei Paesi di religione musulmana è vietata non solo all’interno dello stesso Paese, ma è vietata anche l’adozione internazionale. Il divieto di adozione è rimasto anche nelle legislazioni contemporanee dei Paesi islamici, i quali concedono però largo spazio al riconoscimento di paternità, ammesso dal diritto islamico, il quale produce un legittimo rapporto di filiazione. Il riconoscimento di paternità diventa quindi un sotterfugio giuridico per aggirare questo divieto.
Il Corano, e quindi il diritto islamico che dal libro sacro deriva,  proibisce l’adozione in generale, perché non riconosce legami tra genitori  e figli diversi da quelli biologici.
La nostra adozione non esiste nei paesi musulmani dove si è figli solo se c’è il legame biologico. Esiste però la “Kafala” (in diritto islamico significa “fideiussione”) che è un istituto giuridico e costituisce oggi lo strumento principale di protezione dell’infanzia in tanti Paesi islamici. Il minore per essere sottoposto alla Kafala deve essere preventivamente dichiarato in stato di abbandono dal Tribunale. Secondo la Kafala un bambino musulmano  che è orfano di entrambi i genitori  o un bambino abbandonato dai suoi genitori biologici viene  affidato preferibilmente a dei parenti maschi che curino la crescita e l’istruzione del minore. Questa persona diventa nel termine islamico  ”kafil” e  il bambino diventa un ” makfoul”, cioè vuol dire che il bambino non cambia cognome e non diventa figlio. L’impegno richiesto è di crescere e accudirlo fino a quando compie 18 anni. Questo significa che la “kafala” non crea alcun legame parentale e non recide il vincolo di sangue del minore con la famiglia d’origine. La “Kafala” quindi corrisponderebbe quasi ad un ” affidamento famigliare”  disciplinato nei nostri paesi occidentali, ma si differenza in quanto prevede l’impegno definitivo del “kafil”, mentre il nostro istituto prevede la collocazione  temporanea del minore presso un’altra famiglia, in attesa del momento in cui il minore potrà tornare nella propria famiglia d’origine.

Sylvia Eibl, presidente di  Children First onlus
Associazione Umanitaria Filantropica, www.childrenfirst.it

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venerdì 20 ottobre 2017

Marrakech: i giardini Majorelle.


E’ in Marocco, a Marrakech che sorge uno dei più bei giardini al mondo: i Jardines Majorelle progettato dall’artista francese Jacques Majorelle nel 1931.
Ecco la sua storia.
L’artista, trasferitosi nel 1919 a Marrakech, acquistò un terreno per trasformarlo in un lussureggiante giardino. Voleva un posto in cui trovare ispirazione per le sue opere, isolarsi dal mondo e dipingere in tranquillità. Un rifugio lontano dal caos cittadino, dove raccogliere pian piano varie specie di piante e far convivere natura e arte islamica (non è un caso che il parco sia cinto da mura e con l’acqua al centro, come vogliono le prescrizioni del Corano per il Giardino Islamico).
Su idea dell’architetto Paul Sinoir, la cinta del giardino e le pareti della villa costruita all’interno, vennero colorate di un particolare blu, che prese poi il nome di “blue majorelle” proprio per la sua unicità. Un tono acceso, vivace, in piacevole contrasto con la calma e la quiete trasmessa dallo scorrere dell’acqua, dai fior di loto galleggianti, dai mille profumi dispersi nell’aria. Un vero e proprio eden, fatto di centinaia di piante provenienti da cinque continenti, dove passeggiare tra vialetti all’ombra, piccoli ruscelli e costruzioni in stile moresco e Art Déco.
Aperto al pubblico nel 1947, il giardino venne a poco a poco abbandonato a partire dal 1962, quando Majorelle, trasferitosi in Francia in seguito ad un incidente, morì.
Fu solo nel 1980 che giardino e villa furono riscoperti da Yves Saint Laurent e Pierre Bergè, al vertice della famosa casa di moda. Il loro obiettivo era quello di riportare a nuova vita  un autentico tesoro, popolato da un’eccezionale varietà di piante e fiori. Il blu Majorelle riprese vigore in un gioco di contrasti col giallo limone dei vasi in terracotta. La flora venne arricchita, passando dalle 145 specie alle 300 attuali, creando così un eden snodato tra alberi ad alto fusto, dense foreste di bambù e un giardino di cactus dove il silenzio si alterna allo scorrere lento delle fontane. Lo stilista trovò nel Giardino Majorelle una fonte inesprimibile di ispirazione, tanto da sceglierlo come suo futuro luogo di sepoltura. Nel 2008, infatti, alla sua morte le ceneri vennero disperse proprio nel roseto all’interno dell’orto botanico. Una passeggiata al Jardin Majorelle è tuttora una delle più belle sorprese che Marrakech riserva ai suoi visitatori.

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venerdì 29 settembre 2017

L' Ashura.

Il 29 e 30 settembre 2017 si festeggia l' Ashura.


Ashura significa letteralmente il decimo, ed è una celebrazione religiosa musulmana che cade nel decimo giorno di Muharram, primo mese sul calendario islamico. È celebrata da sunniti e sciiti ma per ragioni diverse.
I 3 giorni del festival dell’Ashura  hanno avuto origine, molto tempo fa  quando il profeta Maometto con i suoi seguaci, trovò la comunità di ebrei a Medina che stava digiunando per lo Yom Kippur o Giorno dell'espiazione. Quando il Profeta chiese agli ebrei il motivo del loro digiuno, risposero che era per ricordare il giorno in cui Dio salvò Mosè  dagli egiziani. Essendo Mosè un profeta della fede islamica, Maometto pensò che anche i musulmani avrebbero dovuto digiunare in questo giorno per espiare i peccati commessi durante l’anno. Con l’avvento del Ramadan, due anni più tardi la celebrazione dell' Ashura non fu più obbligatoria. Fu con la morte del Profeta  che si verificò nella comunità musulmana un grande scisma che diede origine alla divisione tra sunniti e sciiti  discordi su chi dovesse succedere a Maometto.
Per i musulmani sciiti il giorno dell’ Ashura acquistò un nuovo significato dopo la morte di Husayn ibn Ali, nipote di Muhammad, che  il  10 ottobre del 648 D.C. morì flagellato insieme a familiari e seguaci (una settantina di persone in tutto) contro un esercito di centomila persone guidato da Umar ibn Sa'ad, figlio del fondatore di Kufa, nella battaglia di Karbala in Iraq. L’Ashura, diventò un giorno di lutto in commemorazione del martirio di Husayn ibn Ali, e la battaglia di Karbala fu vista come una lotta tra il bene e il male. Questo diede origine anche alle due differenze nella celebrazione dell’ Ashura che per i sunniti è tempo di gioia perché celebra la vittoria di Allah attraverso Mosè contro gli egiziani, mentre  per i musulmani sciiti è una giornata di dolore. Vengono indossati abiti di lutto e non c'è segno di gioia, musica, danza e nessun godimento terreno, si leggono poesie che ricordano la battaglia a Karbala e il martirio di Husayn ibn Ali. È vietato programmare nozze o feste per questo giorno o in prossimità. 
Si fanno processioni e le persone battono i loro petti in segno di dolore. In alcune città si organizzano rappresentazioni della battaglia di Karbala, con attori che ripropongono  gli eventi di quel giorno. Anche se molte delle autorità spirituali sciita hanno proibito e scoraggiato la pratica dell'autoflagellazione, ci sono molti credenti che seguono ancora queste pratiche e flagellano il loro corpo con catene.
In questi giorni si organizzano anche pellegrinaggi sulla tomba di Husayn ibn Ali.
A causa della loro rivalità storica, specialmente nei paesi con presenza di comunità sciita e sunnita, in questi giorni si verificano anche attacchi mortali tra le due comunità.

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domenica 3 settembre 2017

Il matrimonio tuareg


Nelle tribù tuareg è tradizione contrarre matrimonio all'interno della stessa tribù, in un cerchio di parenti abbastanza stretti e preferibilmente tra cugini.
Il desiderio dei genitori non sempre rispecchia i desideri dei loro figli, anche se dicono la loro, soprattutto durante il primo matrimonio.
Prima del matrimonio la ragazza “pretesa”, viene agghindata per l’occasione. È il ragazzo che va a trovarla nella sua tenda durante la notte. Essa può accettare o rifiutare il dialogo richiesto da quest’ultimo. Se rifiuta, questi ha solo un’opportunità; quella di ritirarsi inosservato dal resto del campo.
Se la ragazza accetta di effettuare quello che viene definito un esame di "prova", allora può avere inizio l’iter comunicativo. Si tratta di un dialogo, tenuto prevalentemente dalla ragazza, basato su enigmi e puzzle, che via via divengono sempre più complicati.
Se il ragazzo ha tutte le risposte, viene per così dire approvato ed otterrà un talismano o un anello appartenente alla ragazza, un segno di amicizia che porterà come prova del suo successo . Durante questo “flirt”, il ragazzo potrebbe essere comunque “detronizzato” da un rivale più abile nel dare risposte più decise o fantasiose.
Queste discrete riunioni notturne, conosciute da tutti, devono comunque preservare un certo anonimato e anche se va bene tutto per flirtare,si deve far attenzione che il risultato non sia una gravidanza. Questi rapporti, se proseguono per un certo periodo in modo costante, possono portare al matrimonio.
La richiesta ufficiale viene poi dalla famiglia dello sposo a quello della giovane donna.
La dote o “taggalt”, è il dono che la famiglia del giovane deve fornire alla famiglia della sua futura moglie. L'importo dipende dal taggalt doganale, particolare e differente per ogni tribù, dalla famiglia ed in funzione dello status sociale della ragazza. Può passare anche da madre a figlia. All’origine era costituito da animali, oggi è di solito un importo in contanti.
La Cerimonia religiosa avviene nel villaggio o nel campo della sposa, anche se poi gli sposi andranno ad abitare nel villaggio o nell'accampamento della famiglia dello sposo.
La donna porta la sua tenda i mobili ed il taggalt donato alla famiglia e a volte anche quello cedutogli dalla madre. Prima della cerimonia però Il marabout convoca i testimoni e recita un un versetto del Corano a chiamare la benedizione di Dio su questa unione.
Nell'Ahaggar la festa di matrimonio è di solito supportata da tutta la comunità. E’ anche comune celebrare diversi matrimoni nello stesso giorno, cosicchè si possano da una parte ridurre i costi e dall’altra dare più enfasi alla festa. I riti del matrimonio nell’ Ahaggar prevedono una serie di canzoni tradizionali Tuareg che includono gli âléwen ( poesie adattate in musica) che accompagnano ogni fase dei preparativi per la festa: il corteo nuziale, la preparazione dei pasti collettivi, il montaggio della tenda nuziale e letto di sabbia ...
Il montaggio della tenda ( ehen) è detto ekres ehen, che per estensione significa anche "sposare" ed è uno dei riti più importanti della cerimonia. Forse il principale, visto che è la casa dei futuri sposi.
Il giorno prima della festa nuziale, viene eretta una tenda provvisoria. Al suo interno trova posto un letto di sabbia, abdel. Il giorno successivo invece, verrà effettuato il montaggio definitivo della tenda che rimarrà fino al settimo giorno. In essa, trova posto un secondo letto di sabbia, il tadebût. Questo, considerato inviolabile da tutti e dedicato esclusivamente allo sposo, viene preparato solo poco prima dell'arrivo quest’ultimo nella tenda. Tenda e letto di sabbia sono una reliquia del matrimonio nomade. Oggi, il letto di sabbia viene anche sostituito da materassi e coperte ed installato nella casa scelta per la cerimonia.
La sfilata di cammelli chiamata ilugan avviene in prossimità delle tende ed è accompagnata da tamburi e canti âléwen . Durante questa sfilata i cammelli si destreggiano in una sfida che vede la fine della giostra, quando uno dei cammellieri, montando uno di questi animali, riesce a strappare un velo ad un gruppo di donne.
Dopo il tramonto, una processione di uomini, accompagna lo sposo alla tenda nuziale.
Poco dopo, una processione di donne accompagna cantando anche la sposa. Nel viaggio, i fratelli dello sposo (di solito), vengono chiamati ed ottengono un paio di sandali, (dopo lunghe discussioni sulla qualità di questi ighatimen).
La sposa è sistemata inizialmente nella tenda accanto a quella del marito. Solo quando ognuno torna a casa, gli sposi entrano in comunione tra loro, nella prima notte di nozze. Questo generalmente avviene dopo il secondo giorno di festa.
Gli sposi rimarranno nella loro tenda durante i cinque giorni di festa successivi e riceveranno i giovani e le donne del villaggio.
Il divorzio è comune. L’iniziativa può essere dell’uomo come della donna. La donna lascia spesso i bambini con il marito, ad eccezione di quelli che non sono ancora stati svezzati e porta via la tenda e tutto ciò che aveva portato durante il matrimonio. Gli animali della taggalt possono essere riconsegnati o meno a seconda dei motivi della separazione e del costume prevalente della tribù in questione.


http://africamali.blogspot.it/

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venerdì 4 agosto 2017

La moschea Koutoubiya



Il luogo di culto più celebre di Marrakech è la moschea Koutuobiya la cui costruzione fu iniziata nel 1120 sotto la dinastia berbera degli Almoravidi. Fu durante il regno del sultano Yacoub el Mansour (1184-99) che la moschea venne completata o per meglio dire, sostanzialmente ricostruita perché risultò che il Mihrâb, la nicchia ricavata nel muro di preghiera, non era orientato verso la Mecca. Le fondamenta della prima costruzione sono ancora visibili. Nella lingua araba la parola 'al-Koutoubiyyin' significa “bibliotecario"e alla moschea venne dato questo nome in quanto era circondata da commercianti che cercavano di vendere manoscritti.
Il minareto, costruito in pietra rosa ed elevato fino a 77 m di altezza è un capolavoro dell’arte almohade ed ha fatto da modello per la costruzione della torre della Girala a Siviglia e per quella di Hassan a Rabat. E’ sormontato da 4 globi dorati di dimensioni decrescenti,  che originariamente erano 3 ma una  leggenda racconta che  il quarto venne donato dalla moglie di Yacoub el Mansour. Aveva mangiato tre acini d’uva durante il periodo di digiuno del Ramadan e, sentendosi in colpa per le sue azioni, sciolse tutti i suoi gioielli d'oro per creare la quarta cupola da donare alla Koutoubia.
Secondo un’altra leggenda queste cupole sono protette da “geni” e chiunque osasse rubarle incorrerebbe in grandi sciagure. L'interno della torre è composto da sei camere che si trovano una sopra l’altra e c’è anche una rampa che permette al muezzin di correre fino al balcone per il richiamo alla preghiera. La Moschea Koutoubia, una delle più grandi del mondo, ha sedici navate parallele e identiche e una navata centrale più grande. Ci sono 112 colonne che coprono una superficie di 58.000 metri quadrati e la sala di preghiera può ospitare 25 mila adoratori. La moschea non è aperta ai non musulmani.
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