lunedì 20 maggio 2019

Il gatto delle sabbie



Il gatto delle sabbie è uno splendido felino che vive esclusivamente in habitat sabbiosi come deserti e dune. È presente in tre aree distinte del mondo: nei deserti africani del Sahara in Algeria, Niger e Marocco, in tutta la penisola arabica e in alcune zone dell'Asia centrale tra cui Turkmenistan, Iran, Pakistan e Afghanistan. Fu scoperto nel 1858 e classificato da Victor Loche come felis margarita in onore del militare francese a capo della spedizione che lo scopri: Jean Auguste Margueritte. Sopporta condizioni climatiche estreme, con temperature che durante il giorno possono toccare punte di oltre 50 °C e di notte crollano fino a – 5 °C. Il suo corpo è una macchina perfetta per fronteggiare le avversità del deserto, in particolare le orecchie appuntite e munite di bolle timpaniche molto sviluppate assicurano all'animale un udito eccezionale in grado di localizzare di notte le prede nascoste sotto la sabbia. Rispetto a molti altri felini questo gatto è relativamente piccolo con un peso che va dai 1,5 a 3,5 kg, la coda lunga e le zampe corte. Il pelo di questo gatto è color deserto, giallo-sabbia chiaro con strisce nere o comunque scure sul dorso ma anche su zampe e coda mentre può comparire del bianco sul ventre e in zone intime. In inverno, il mantello può diventare molto folto, anche con peli lunghi 5 cm, ma la cosa più particolare è la lunghezza dei peli che coprono le zampe e che formano una sorta di cuscinetto su cui il gatto delle sabbie cammina in modo da non scottarsi. Conduce una vita solitaria tranne nei pochi momenti in cui si deve accoppiare. Vive in tane abbandonate da volpi o istrici dove resta soprattutto di giorno, anche per stare all’ombra, perché a caccia ci va di notte. Le sue prede sono roditori, lucertole, uccelli e insetti. È considerata una specie rara, difficile da studiare. Le abitudini schive dell'animale e l'ambiente proibitivo in cui vive ostacolano il lavoro dei ricercatori, per cui il comportamento in natura del “sand cat” è ancora avvolto dal mistero. Come se non bastasse, di notte i gatti della sabbia chiudono gli occhi se si avvicina un uomo, diventando quasi impossibili da individuare così perfettamente mimetizzati con l’ambiente.

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domenica 5 maggio 2019

Riti e tradizioni del Ramadan

Seheriwalas - India
Il Ramadan non è solo un tempo di digiuno e preghiera, ma anche di riti e tradizioni uniche che si tramandano di generazione in generazione tra le diverse comunità musulmane del mondo. Eccone alcune:
-Egitto
In Egitto la popolazione accoglie il Ramadan con lanterne colorate, che simboleggiano l’unità e la gioia del mese sacro musulmano. Sono molte le leggende che raccontano la nascita delle lanterne e una di queste narra che durante la dinastia fatimide (attorno all’anno mille) l’esercito ordinò alla gente di accogliere il califfo di notte, illuminando le strade con candele e, per proteggere le fiammelle, di avvolgerle con una protezione in legno. Le semplici scatolette di legno divennero poi elaborate lanterne, che brillano ancora oggi nelle notti egiziane. In Egitto, come in tanti altri paesi, i bambini vanno in giro con le lanterne, cantando e offrendo le benedizioni di Allah, in cambio di dolci e piccoli regali.
-Libano
In Libano e in altri paesi del Medio Oriente, colpi di cannone a salve segnalano ogni giorno l’Iftar, la cena che interrompe il digiuno quotidiano. E’ una tradizione, chiamata Midfa Al Iftar, nata casualmente al Cairo 200 anni fa, quando l’allora governatore ottomano, Kosh Qadam, mentre stava provando un nuovo cannone, sparò volontariamente un colpo, proprio al tramonto. Anziché spaventarsi, la popolazione pensò che fosse un modo per segnalare la fine del digiuno e in tanti si complimentarono con il governatore per la nuova idea. La figlia Fatma chiese al padre di istituzionalizzarla .
-Marocco, Turchia, India, Albania
Durante il Ramadan, prima dell’alba, le strade delle città e dei villaggi marocchini si popolano di fanar, persone scelte nelle comunità locali per la loro onestà e il loro altruismo che, vestite con i tradizionali abiti lunghi bianchi e i cappelli rotondi locali, suonano il corno e cantano dolci melodie, per svegliare la gente per la colazione del mattino, il suhoor, un ricco pasto da consumarsi prima che sorga il sole. E’ un rito che ha radici lontane: la leggenda narra che un compagno di Maometto, nel settimo secolo, avesse l’abitudine di girare per le strade all’alba, cantando preghiere con una bellissima voce.
In Turchia invece, ci pensano oltre 2 mila suonatori di tamburo, anche loro in abiti tradizionali, a dare la sveglia per la colazione.
In India, nonostante la maggioranza induista, a New Delhi, sin dalle 2 di notte, nei quartieri con forti minoranze musulmane, vanno ancora in giro i seheriwalas, eredi della cultura dell’antica dinastia Moghul e dell’era musulmana, ed inneggiano al nome di Allah per svegliare i loro correligionari.
In Albania sono invece i membri della comunità rom musulmana a suonare il tamburo e a ballare per le strade, alla fine della giornata del digiuno, e sono spesso invitati nelle case per esibirsi in danze tradizionali.
-Indonesia
In Indonesia, i musulmani si purificano collettivamente, lavandosi tutti insieme in acque di sorgente e insaponandosi dalla testa ai piedi, specie a Giava. Le sorgenti hanno un profondo significato religioso nella cultura locale. Un tempo erano i religiosi musulmani che indicavano ai fedeli i luoghi dove immergersi. Oggi ciascuno si reca nei laghi e nei torrenti più vicini.
-Iraq
Nella notte, dopo aver interrotto il digiuno del Ramadan e mangiato abbondantemente, molte persone in Iraq si radunano in sale o piazze per giocare alla partita di mheibes, o gioco dell’anello. Le squadre sono due e possono andare dai 40 fino ad un massimo di 250 giocatori. Il capo della prima squadra tiene l’anello nascosto tra le sue mani sotto un velo. Gli altri membri sono tutti seduti con le mani serrate a pugno chiuso posate sul grembo. Il capo passa di nascosto l’anello ad un compagno e gli avversari devono indovinare, basandosi solo sul linguaggio del corpo, chi lo ha ricevuto. La partita dell’anello era un gioco di dissimulazione molto popolare in Iraq. La guerra sembrava averlo spazzato via e invece negli ultimi anni è ritornato ad essere praticato nel mese sacro.
-Sudafrica
La fine del Ramadan è segnalata in tutto il mondo dall’apparire della nuova luna. In Sudafrica i musulmani la celebrano con “gli avvistatori della luna”, che si appostano nei luoghi più spettacolari di Cape Town, la “città Madre” sudafricana, ed aspettano che il satellite della Terra appaia. Il primo che riuscirà a vederla ad occhio nudo darà la notizia e, in un tam tam collettivo, tutta la comunità musulmana sudafricana sarà informata che il Ramadan è finito e che la festa dell’ Eid Al Fitr a conclusione del mese sacro può cominciare.

www. fratesole.com


                                           
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venerdì 12 aprile 2019

La danza della melaya.




La danza della melaya è una danza folcloristica che deve il suo nome alla melaya, ossia lo scialle nero con cui viene ballata. Vede le sue origini nella regione di Alessandria d’ Egitto. In questa città di mare, dove si dice che la gente abbia un temperamento particolarmente allegro, le donne usavano coprirsi con un telo scuro e pesante detto appunto "melaya “ con il quale si nascondevano dagli sguardi indiscreti degli uomini, ma allo stesso tempo lo usavano anche come strumento di seduzione, un accessorio con cui giocare al "vedo non vedo" durante il rituale del corteggiamento. Nasceva così questa danza briosa e piena di energia, che simula il corteggiamento tra un uomo e una donna, con la donna che si ritrae dalle avance dell’uomo, nascondendosi, ma con maliziosa maestria, dietro al suo scialle nero, giocando tra la timidezza, il disdegno e la provocazione.
L'abbigliamento è legato alla tradizione; la danzatrice solitamente indossa la gallabiyya, un tradizionale abito lungo, il mandil, un fazzoletto adornato con ponpon e sistemato sul capo, e infine la melaya, lo scialle nero di ampie dimensioni.
La coreografia vede gli uomini (solitamente pescatori) seduti ai tavolini di un caffè, che bevono  e fumano con le loro shisha. Le donne invece competono per l'attenzione flirtando. Si avvolgono la melaya intorno al corpo ed iniziano a danzare coperte per suscitare curiosità, poi, man mano, si scoprono, giocando di continuo con lo scialle, roteandolo con vigore intorno al corpo ed eseguendo varianti che a volte mettono in evidenza i movimenti del bacino e a volte quello delle braccia e dei passi, mentre le mani trattengono abilmente il telo nero.
Alla fine, gli uomini e le donne ballano insieme. Il tutto con ammiccamenti, moine, giochi di sguardi, che rendono questa danza particolarmente divertente e sbarazzina.

Il costume maschile è quello tipico del pescatore, tra cui un pantalone nero, un maglione, un gilet multicolore e un cappello bianco da pescatore.
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venerdì 15 marzo 2019

La leggenda del merlo bianco di Medina Azahara



Raccontano la tradizione e la leggenda che l’ Emiro Abderramàn III, che portò il Califfato di Cordoba al massimo del suo splendore nel X° secolo, nascondesse dietro l’impassibile facciata di uomo di Stato amante delle arti e delle armi, un carattere irascibile, crudele e sanguinario, che spesse volte lo mise di fronte al malcontento dei sudditi.
Si racconta anche che questi imprevedibili scatti d’ira erano dovuti ad un esacerbato edonismo, che lo portava ad essere ossessionato dalla bellezza, caratteristica di cui era carente. Nonostante gli splendidi occhi azzurri che spiccavano in un volto dagli amabili tratti, Abderramàn III aveva ereditato dalla madre cristiana una capigliatura rossiccia, che faceva coprire di colore scuro, e dei tratti marcatamente europei che lo discostavano dai tipici tratti orientali. Non solo. Il povero Emiro non era di statura alta, e i suoi detrattori erano soliti burlarsi della sua andatura, raccontando inoltre che solo quando sedeva a cavallo i sudditi potevano vederlo in una posa degna di un Califfo. La solitudine e il sentirsi messo da parte nel proprio regno portarono l’Emiro a ricreare a Cordoba la vita tipica delle Corti europee. Feste, balli, buffoni ed adulatori, banchetti furono una delle debolezze di questo malinconico uomo di stato, che non fecero altro che peggiorare la sua triste situazione, tanto da fargli dimenticare le tradizioni e la religione che lo legavano alla sua cultura. Durante un incontro pubblico, infatti, il potente magistrato Mundir ibn Sa’id al Balluti lo rimproverò di non aver presenziato alle preghiere nella moschea di Cordoba nelle ultime tre settimane per essersi dedicato quasi ossessivamente alla costruzione della città-palazzo di Medhina Azahara. È però grazie a questa ossessione che Medhina Azahara può ancora oggi considerarsi come uno dei gioielli dell’architettura araba in Spagna: una splendida cittadella, cui Abderramàn III dedicò tutto se stesso, perché voleva che fosse più bello dell’Eden. Passava ore in compagnia degli architetti, verificando il progetto, i lavori. Amava leggere poesie e ascoltare musica immerso nel rigoglio dei giardini che i suoi antenati avevano fatto costruire sulle rive del Guadalquivir, in attesa che il suo progetto giungesse a termine.
Cresciuto dai nonni in un vero e proprio harem, Abderramàn sembrava preoccuparsi solo di essere circondato dal lusso e dai piaceri mondani. La sua ossessione per la bellezza si trasformò in ossessione per la ricerca della felicità, e tale fu questa nuova ossessione che Abderramàn dispose che venissero appuntati in un diario i giorni in cui gli sembrava di averla quasi raggiunta. Anche in questo forse non fu fortunato: nel suo diario se ne contano solo 14, in oltre 70 anni di vita. Di questi 14 giorni, però, ce n’è uno di particolare importanza, rimasto intrappolato come una leggenda nelle rovine dello splendido salone di Medina Azahara.
Racconta la leggenda che un giorno Abderramàn, stanco, malinconico e triste per una lunga ed accesa discussione con la principessa consorte Zahara si ammalò gravemente, e si rinchiuse nel salone principale di Medina Azahara. Una mattina, all’alba, l’armonioso suono di uno “zyriab” (un merlo bianco) lo risvegliò, avvisandolo dell’arrivo della sua amata. Le porte del salone si aprirono ed entrò Zahara, che piangendo si prostrò davanti al suo sposo, chiedendo perdono per la discussione che aveva reso Abderramàn così triste. Gli confessò che uno “zyriab” aveva cantato davanti alla sua finestra, raccontandole il segreto racchiuso tra le mura del palazzo: Medina Azahara era il luogo che doveva celebrare il loro amore, la bellezza del loro sentimento. Per questo Zahara chiese ad Abderramàn di seminare attorno al palazzo una fila di mandorli ed una di aranci, in modo che il loro fiorire annuale ricordasse a tutti il rinnovarsi del loro amore, che a Medina Azahara aveva trovato il proprio Eden. Abderramàn si riprese grazie alle cure del medico di corte (che, si dice, fosse “guidato” dal merlo bianco) e non appena gli fu possibile fece ricoprire di mandorli le colline circostanti. Da allora ogni primavera lo spettacolo della fioritura e il profumo dei fiori di mandorlo inondano le stanze di Medina Azahara, ricordando la storia di un amore infinito, vissuto tra le mura di un palazzo magico.
Medina Azahara è stata ed è ancora ricordata coma la cittadella più lussuosa e lussureggiante della dinastia Omeya nell’Andalusia dei secoli X° ed XI°. Ciò che rimane dei saloni dopo le razzie delle legioni berbere sono testimonianze di un luogo spettacolare, splendido ed unico. Costruita da Abderramàn III ed abbandonata da Almanzor fu una città creata per impressionare e farsi ricordare. Le rovine di questo splendido sito si trovano a 7 km da Cordoba.


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giovedì 14 febbraio 2019

La poligamia e l'Islam.




La poligamia è una pratica matrimoniale molto antica, tuttora ammessa in alcuni paesi, ma che è considerata reato nella legislazione della maggioranza degli stati odierni.
E’ da ricercare nell’Antico Testamento l’origine della poligamia nella religione Cristiana. La poligamia era stata introdotta per “proteggere” le donne, in maggioranza numerica rispetto agli uomini, quando esse erano orfane o vedove di conseguenza non in grado di provvedere a se stesse e quindi più facilmente prese di mira da “malintenzionati”. Era anche uno status: colui che sposava più donne era ricco, quindi potente, rispettato e accettato nella società per questo stesso motivo. Le ragioni, dunque, erano storiche, sociali e culturali oltre che religiose.
Diffusissima in Egitto, Persia, Assiria, Giappone, India e Russia, la poligamia era largamente praticata anche in Grecia. In Cina, ogni uomo aveva diritto ad avere fino a centotrenta mogli mentre presso i giudei, l’uomo poteva averne parecchie centinaia.
Ardeshir Babakan(fondatore della dinastia sasanide) e Carlo Magno (ottavo secolo dopo Cristo), avevano ognuno circa quattrocento donne nei loro harem, ma è proprio nel corso del regno di questo imperatore che la poligamia fu abolita dalla Chiesa in tutto il mondo cristiano.
La poligamia praticata dalle diverse tribù arabe, all'epoca del Jahiliyyah (l'ignoranza), era delle più rudi, poiché l'uomo, oltre a sposare più di una donna non teneva assolutamente conto dei suoi  diritti. 
L'Islam fu la prima religione a porre dei limiti a tutti gli eccessi riguardanti la poligamia, accettandola sotto precise condizioni, cosa che nessuna religione aveva fatto prima di allora; bisogna comunque sottolineare che, sebbene permessa, è molto sconsigliata nel Corano.
1) La prima condizione riguarda il numero massimo di donne che si possono sposare, cioè 4.
Prima della venuta dell'Islam, tale numero non aveva confini: un uomo poteva essere coniugato con centinaia di donne allo stesso tempo.
2) la seconda condizione riguarda l'equità e l'uguaglianza tra le mogli e l'assenza di ogni ingiustizia o oppressione.
Se un uomo non è in grado di comportarsi in modo perfettamente equo con tutte (e ciò è estremamente difficile che si realizzi), andrà contro l'ira del suo Signore.
3) La capacità di spendere a favore della seconda moglie e dei suoi figli. Se il musulmano è certo di non essere in grado di sopportare le spese implicate, deve evitare di prendersi una seconda moglie.
La poligamia nella società islamica è resa ufficiale da un atto legale che prescrive all'uomo di pagare una dote alla moglie; i figli che nasceranno da quest'unione sono riconosciuti dall'uomo come figli legittimi; il marito ha l'obbligo di sovvenire alle spese necessarie alla moglie e ai figli.
L'Islam, dunque, non ha legalizzato la poligamia per soddisfare i desideri illimitati degli uomini, ma per proteggere le donne in determinate situazioni.
Ad esempio l’esistenza di una moglie sterile mentre il marito desidera avere dei figli: cosa sarebbe preferibile fare? Prendere una seconda moglie mantenendo la prima o divorziare abbandonandola, senza che lei ne abbia colpa? oppure una moglie malata la cui malattia la rende incapace ad assumere le sue responsabilità di moglie: cosa sarebbe preferibile fare nell'interesse della donna? Avere una seconda moglie assistendo anche la prima oppure  divorziare abbandonandola o convivere con delle amanti?
Molti si chiedono come mai all’uomo è permesso avere più mogli, mentre la donna non può avere più di un marito. Questo perché nel caso della poligamia, i genitori dei bambini nati in un matrimonio possono essere facilmente identificati. E’ facile da identificare sia il padre che la madre. Ma se una donna sposa più di un uomo, solo la madre dei figli nati da tale matrimonio può essere identificata e non il padre. L'Islam attribuisce grande importanza alla identificazione di entrambi i genitori. Dato che il matrimonio in una delle sue fasi è un contratto legale tra la moglie e il marito, entrambi  i partner hanno il diritto di aggiungere qualsiasi condizione che pensano che li aiuterà a proteggere la loro vita futura e quindi se una donna non accetta la poligamia, può porre la condizione che il futuro marito non abbia altre mogli.  Sulla base di ciò, il marito deve impegnarsi a rispettare tale condizione  o non avrebbe alcun diritto di rifiutare il divorzio se la moglie lo dovesse chiedere.
Ciò che fa riflettere oggigiorno, è il fatto che la poligamia ancora praticata da alcuni popoli, sia additata come qualcosa di disdicevole che pone la donna ancor più in uno stato d'inferiorità rispetto all’uomo. Fa riflettere soprattutto poiché quest'affermazione è pronunciata da una società nella quale tutto è permesso. Anche se si cerca di nasconderlo, o far finta che non esista, la poligamia è praticata in tutte le società contemporanee, sotto il nome di amanti, di conviventi invece che sotto il nome di mogli. Non conosce limiti né regola giuridica: nessun obbligo finanziario o impegno materiale è prescritto all'uomo che coabita e convive con parecchie donne.

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venerdì 1 febbraio 2019

La Grotta dei tre Ponti



Si chiama “Baatara Gorge Waterfall” ma è anche nota come  “Grotta dei tre Ponti” ed è una vera e propria meraviglia della natura. Si trova nel comune di Tannourine in Libano, vicino al piccolo villaggio di Balaa, a breve distanza dal Tannourine Cedar Reserve nei pressi del Monte Libano.La cascata in milioni e milioni di anni ha scavato un enorme buco nella roccia, una caverna aperta e profonda 250 metri il cui nome “Grotta dei tre Ponti” è stato dato a causa della sovrapposizione dei ponti naturali in calcare che sovrastano la bocca dell’abisso.
I geologi riferiscono che il ponte superiore sembra essere la formazione più antica e che i due ponti inferiori probabilmente si sono formati successivamente a causa della caduta di rocce e del calcare collassato. In alcuni punti, l'acqua cade ancora direttamente sul calcare e col tempo anche questo si consumerà. Lo spettacolo più incredibile si ha durante il disgelo del Monte Libano, quando la neve sciolta scende, con tutta la sua forza, a cascata con un salto di oltre 100 metri, nel grembo della montagna.I geologi sostengono che la formazione rocciosa risale a circa 160 milioni di anni fa, il che significa che era già presente nel periodo Giurassico, quando i dinosauri vagavano per la Terra. I ponti e la cascata sono diventati pubblici nel 1952, dopo che un biologo di nome Henri Coiffait scoprì e si interessò molto all'esistenza di questa meravigliosa bellezza naturale. Oggi è una popolare attrazione turistica ma si consiglia di essere estremamente cauti, poiché le scogliere sono scivolose e la roccia è piuttosto fragile; a volte grossi pezzi di ghiaccio cadono e rompono pezzi più grandi delle caverne e dei ponti pertanto non è permesso stare sul ponte a più persone per volta. 

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martedì 15 gennaio 2019

Matrimonio in Egitto: 1° parte

Il fidanzamento

mariage egyptien  -  nuit du henne

In Egitto per la donna sposarsi è praticamente obbligatorio, pena la riprovazione, il rifiuto sociale. A volte nelle campagne le bambine di 12 anni si sposano, anche se la legge vieta il matrimonio fino al compimento dei 16 anni di età, ma spesso con sotterfugi la legge è violata. In questo paese, per la maggior parte delle volte, non ci si sposa per amore ma bensì per interessi e la donna che vive in un ambiente conservatore (quello più diffuso nell'Egitto “moderno") è destinata a sposarsi con un uomo che conoscerà solo qualche giorno prima del fidanzamento o se già lo conosce è perché quest'ultimo è un cugino (anche di primo grado) o un vicino di casa. Non è ben visto che due persone si conoscano fuori di casa senza che il futuro marito non passi prima a chiedere il permesso al futuro genero. Certo, esistono anche i matrimoni, i fidanzamenti fatti all'insaputa della famiglia, ma per la  maggioranza degli egiziani, il matrimonio  è ancora combinato dalle famiglie e spesso i prescelti sono cugini. Addirittura nel sud dell'Egitto uno zio della futura sposa può offendersi con il padre e la madre di lei se non scelgono suo figlio. Di solito l’uomo affida alla propria madre il compito di trovargli una moglie che vada bene per lui, la donna invece deve solo aspettare di ricevere qualche proposta. Al primo incontro, se la ragazza accetta il fidanzamento, si stipula un primo contratto ufficiale dove vengono decise la dote (shabka) e le spese per la casa e i mobili, quindi si da una festa, che a seconda delle possibilità delle famiglie, può essere molto fastosa o svolgersi solo in famiglia. La donna può anche rifiutare l’uomo che le viene proposto, ma se gli interessi della famiglia sono alti, spesso accade, anche ai giorni nostri, che il padre la obblighi. Bisogna anche dire che per la donna l'età è molto importante e tante donne sposano il primo uomo che si presenta solo perché hanno paura di rimanere zitelle e di essere additate, criticate, derise…avere  23, 24 anni ed essere ancora nubile, in molti ambienti è una vergogna, vuol dire che si hanno dei difetti e le malelingue mettono in giro voci terribili. Dal momento che i due sono fidanzati ufficiali (da sottolineare che in arabo si chiamano già marito e moglie) si stabilisce la data delle nozze  e non essendo ben visto il fidanzamento che dura più di un anno o due, di solito ci si sposa in pochi mesi, addirittura c'è gente che si fidanza ufficialmente e si sposa lo stesso giorno e fa una festa più grande. I fidanzati in quel lasso di tempo si vedono sempre in compagnia di qualche membro della famiglia che fa da supervisore. I giorni prima del matrimonio i mobili e  tutti gli accessori per la casa vengono portati in pompa magna con musica, canti e corteo di famigliari, nella casa dei due futuri sposi e molto tradizionale è la cucitura dei materassi. E' il marito che deve provvedere all'acquisto o all'affitto della casa coniugale e al mantenimento della moglie e dei figli. Il giorno prima del matrimonio c'è la festa chiamata "la notte dell'hennè". La famiglia della sposa si riunisce a casa della ragazza mentre quella dello sposo a casa dell’uomo e tra canti danze e scherzi, offerta di cibo e di bevande,la sposa davanti a tutta la sua famiglia immerge le mani nell'hennè riscaldato da molte candeline che la madre le porge. (continua)

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martedì 1 gennaio 2019

Matrimonio in Egitto: 2° parte.

Il giorno delle nozze



In Egitto i modi di sposarsi sono molti e variano a seconda della ricchezza delle famiglie, dal grado di religiosità, dal tradizionalismo e persino dall'età dei due sposi e dal loro vecchio status famigliare (divorzio,vedovanza). Vedovi, divorziati, e coppie che si sposano in tarda età faranno una cerimonia sobria senza fronzoli.
Oggi anche  la donna può chiedere il divorzio, mentre prima vi era solo il ripudio del marito,  ma in Egitto è meglio essere vedove che divorziate, infatti la donna che divorzia deve risposarsi il più presto possibile e di solito gli uomini che accettano il matrimonio sono o vecchi o poligami. Chi è molto religioso si sposerà in moschea (il matrimonio egiziano e musulmano è di tipo civile) ma senza la presenza della sposa che aspetterà con le donne della famiglia a casa, mentre lo sposo celebrerà il matrimonio con il suocero…Questo perché la donna egiziana, quando si sposa, può delegare la firma dei documenti a suo padre (in caso lei fosse orfana ad uno zio) e questa usanza è seguita da tutte le spose per non mancare di rispetto al padre. I matrimoni più diffusi fra la gente comune vengono celebrati all’aperto dove viene montato un palco con un trono al centro per i due sposi, tantissime luci colorate e tanta musica. Davanti vengono sistemati tavoli e sedie per gli invitati e tutto intorno dei tendoni colorati per chiudere la zona. Nei matrimoni più conservatori uomini e donne sono separati. Il matrimonio comincia quando lo sposo, accompagnato da famigliari, va a prendere la sposa dal parrucchiere dove lei si fa depilare, pettinare e truccare; poi è il turno del fotografo, infine gli sposi arrivano nel luogo delle nozze e comincia la cerimonia. L’ingresso degli sposi viene accolto dalle donne di famiglia che manifestano la loro gioia con la “zaghroutah" che è quel suono che fa pressappoco così… “lululululululululi”, poi viene mostrato l’oro che il marito ha comprato alla sposa e quindi viene firmato il contratto davanti ad un rappresentante delle autorità, dal padre della sposa con lo sposo. Poi inizia la vera festa. Se gli sposi provengono da famiglie ricche, si organizza una festa che dura tre giorni, con cene sempre diverse, spettacoli vari, danza del ventre, show di cavalli arabi e musica con cantanti anche famosi. Se invece la famiglia ha meno possibilità, la festa dura solo una notte con musica, danzatrice o spettacolo e non sempre viene offerta la cena ma solo la torta, dei dolci e bevande. Nei matrimoni tra contadini o tra gente del sud, si usa sparare in aria con armi da fuoco, fare fuochi artificiali e spettacoli con il fuoco. Le feste egiziane si svolgono sempre alla sera, cominciano intorno alle 22 e finiscono tra l'una e le 3 del mattino. Una volta conclusa la festa c'è la parte privata del matrimonio, a volte le famiglie o il marito decidono di passare "l'entrata"(come la chiamano i "romanticissimi" uomini egiziani) in albergo. I viaggi di nozze sono una cosa acquisita recentemente.
La mattina dopo è tradizione che la suocera della sposa (perchè di solito la nuova famiglia va ad abitare presso la famiglia dello sposo, nella stessa casa o nello stesso edificio, il suocero in teoria prepara la casa a sue spese per la futura famiglia del figlio) porti una consistente colazione agli sposi. I matrimoni dei fellah e nel said (cioè nel sud dell’Egitto) invece hanno una triste e particolare tradizione che avviene prima dell'intimità dei due coniugi: la suocera della sposa con la madre di lei e le zie deflorano con una asciugamano e un pezzo di stoffa la ragazza per provarne la verginità. Fortunatamente questa usanza sta pian piano sparendo. 
C’è chi in Egitto si sposa anche non più giovanissimo  in quanto gli stipendi sono molto bassi ed allora i ragazzi, per avere una vita sessuale ricorrono al matrimonio temporaneo, anche se non è legittimo. In questo caso, se nasceranno dei figli saranno ritenuti illegittimi e questo comporta un problema molto grave per la donna, infatti se il matrimonio temporaneo non dovesse sfociare in un vero matrimonio, la ragazza risulterebbe nubile ma non più vergine, e questo è un elemento ancora molto importante nel matrimonio. Può capitare che in un futuro matrimonio legittimo, la sposa non vergine venga respinta dal marito, e uccisa dalla propria famiglia in quanto l'avrebbe disonorata.Ciò avviene spesso nelle periferie, nelle campagne e negli strati più miseri della popolazione.


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lunedì 10 dicembre 2018

Sonita Alizadeh: la rapper afghana




Sonita Alizadeh è una ragazza afgana di ventun anni che è riuscita a sfuggire al matrimonio combinato dalla propria famiglia e ora canta per far luce sulle condizioni drammatiche delle donne afgane. Vive e studia negli Stati Uniti presso l’accademia d’arte Wasatch, dove sogna di diventare avvocato, ma nel corso della sua vita, Sonita ha dovuto subire svariati spostamenti.
La sua famiglia è fuggita alla guerra in Afghanistan per stabilirsi a Tehran, capitale dell’Iran, quando lei aveva solo 8 anni. Dal momento che Sonita era profuga afgana senza documenti, non aveva nessun diritto all’istruzione. Per questo ha iniziato a frequentare un’associazione no profit che, oltre ad averla fatta studiare, le ha insegnato a fare musica. Grazie all’ong, la ragazza si è ben presto appassiona al rap. Dopo l’incontro con una giovane regista iraniana, ha iniziato a creare video musicali e i suoi brani hanno presto raggiunto un discreto successo. Quando Sonita ha cominciato a credere al suo sogno, però, le è stata data una notizia devastante. Sarebbe dovuta tornare in Afghanistan con la madre: lì un uomo era pronto a sposarla per 9.000 dollari e la famiglia aveva bisogno di quei soldi per pagare il matrimonio di suo fratello.
Sonita a quel punto ha espresso la sua protesta nel modo che le riesce meglio: ha scritto la canzone “Brides for sale” (spose in vendita).
Il brano inizia così:
Lasciami sussurrare, così nessuno sentirà che parlo di ragazze vendute. La mia voce non deve essere udita perchè va contro la Sharia. Le donne devono rimanere in silenzio… questa è la nostra tradizione.
Nel video, Sonita è vestita da sposa, ha il volto coperto di lividi, un codice a barre sulla fronte e supplica la famiglia di non venderla. La giovane rapper ha fatto subito molto parlare di sé, soprattutto in patria. E proprio da lì parte il suo lungo viaggio: NoorJahan Akbar, dell’associazione con sede a Kabul WLUML (women living under muslim laws), invia il video alla sua collega indonesiana Elie Calhoun. Elie lo posta su Facebook e lì viene visto da Cori Stern, co-fondatrice di The Strongheart group – progetto statunitense che si prefigge di aiutare giovani ambasciatori di cambiamento ad amplificare la propria voce. Da quel momento la musica di Sonita si espande a macchia d’olio: Mr. Loftin della Wasatch Academy offre a Sonita una borsa di studio; Laurie Michaels, sostenitrice di Strongheart, inizia a credere fortemente nelle potenzialità della ragazza e la aiuta a proseguire gli studi. La straordinaria storia di Sonita è stata anche documentata in un film: "Sonita is a traveling swallow" (Sonita è una rondine che viaggia) della regista iraniana Rokhsareh Ghaemmaghami, e Sonita è pronta a portare la sua esperienza sul tema dei matrimoni precoci e forzati perché, come ha raccontato in un’intervista apparsa su pri.org:
"Il rap consente di raccontare la tua storia ad altre persone. E’ una piattaforma per condividere le parole che sono nel mio cuore". Sul sito di Stoneheart scrivono:Sonita Alizadeh è una forza da non sottovalutare. È una voce molto potente per la rivendicazione delle ragazze e delle donne di poter scegliere il proprio destino (…). La sua musica è diventata un grido di battaglia per molte ragazze in tutto l’Afghanistan. Ed è così: nonostante dal 2009 esista in Afghanistan un decreto presidenziale sull’eliminazione della violenza contro le donne che vieta i matrimoni forzati, il fenomeno non è diminuito e la tradizione di cedere bambine per risolvere dispute familiari o per soldi è ancora molto radicata.


Lifegate, di Valentina Gambaro



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domenica 28 ottobre 2018

Moschea di Nasir ol Molk



Mosque of Whirling Colors
La Masjed-e Naseer-ol-Molk a  Shiraz, in Iran, è un esempio di straordinaria architettura religiosa islamica. Esternamente non ha nulla di particolare, ma il suo interno rivela un magnifico capolavoro di design con colori sbalorditivi.
Chiamata con molti nomi diversi, è principalmente conosciuta come la "Moschea Rosa” per il colore rosato delle sue piastrelle, ma anche come la "Moschea dei colori", la "Moschea Arcobaleno" o la "Moschea Caleidoscopio”. All’alba, infatti prende vita e i colori , nel suo interno, danzano durante il giorno come dervisci rotanti. Si riflettono sul terreno, sulle pareti, sugli archi e sulle alte guglie, persino sui visitatori come se una pallina colorata venisse colpita dal primo raggio di sole ed esplodesse in migliaia di luci colorate.
Mirza Hasan Ali Nasir al-Mulk, uno dei signori della dinastia Qajar, ne ordinò la costruzione nel 1876 e, dopo dodici anni, nel 1888, la moschea fu terminata. I due progettisti, Mohammad Hasan-e-Memār e Mohammad Rezā Kāshi-Sāz-e-Širāzi volevano creare un luogo di culto che riproponesse il rapporto tra cielo e terra e tra luce e colore e il risultato fu uno dei più straordinari esempi di arte e architettura islamica di tutto il mondo. All’interno ci sono pareti colorate in vetro, dodici colonne che rappresentano i Dodici Imam del Twelver Shia Islam ( Twalver Shiism è la più grande branca dell'Islam sciita), diverse arcate, bellissime pareti e soffitti. Spicca l'uso della geometria; elementi naturali come fiori e foglie sono trasformati in figure geometriche. La particolarità di queste forme geometriche è il modo in cui sono state realizzate, infatti qui i mattoni non sono stati utilizzati solo come materiale da costruzione all'esterno, ma anche come materiale decorativo all'interno. Posizionando i mattoni in diversi modi, si sono create simmetrie e contrasti perfetti tra luce e buio. I soffitti decorati hanno due elementi architettonici particolarmente noti:
i muqarnas soluzione decorativa propria dell'architettura islamica, originata dalla suddivisione della superficie delle nicchie, in numerose nicchie più piccole e sulla sua facciata esterna il design tradizionale chiamato panj kāseh-i (“cinque entrate"). All'interno della moschea, queste strutture fungono da protezione architettonica e da sistema di raffreddamento.
Fuori, si possono trovare iwāns (o ayvān in persiano) che sono spazi rettangolari, murati su tre lati e completamente aperti su un altro lato. Il portone formale per l' iwān è chiamato pishtāq e questo pishtāq e le altre pareti sono decorate con fasce di calligrafia, piastrelle e forme geometriche.
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