Conosciuta anche come la "città da un milione di palme", la grande oasi di Siwa si trova nel deserto egiziano nord-occidentale, nella profonda depressione di Qattarah, vicino al confine con la Libia ed è una delle ultime oasi al mondo rimaste incontaminate. Migliaia di anni di isolamento in un vasto e spietato deserto hanno permesso alla comunità Siwa di sviluppare tradizioni uniche culturali, tecniche costruttive, stili di ricamo e di sistemi di produzione agricola che sono notevoli per la loro bellezza e armonia con l'ambiente naturale. Gli abitanti di questa oasi parlano il dialetto berbero e possiedono una cultura diversa da quella del resto del Paese. In questa città è impossibile avvicinarsi ad una donna. Siwa infatti è rinomata come una delle città più tradizionaliste dell’Egitto. La vita delle donne qui è regolata da tradizioni molto rigide che gestiscono ogni aspetto della loro vita, dall’abbigliamento, diverso a secondo del proprio stato civile, alla possibilità di avere qualsiasi tipo di contatto con uomini esterni alla propria famiglia, o tribù, alla possibilità di muoversi autonomamente fuori casa. Un piccolo Museo, detto Casa di Siwa, contiene una modesta esposizione di indumenti e utensili tradizionali.
venerdì 6 giugno 2014
giovedì 15 maggio 2014
La leggenda della rosa del deserto
Questo spettacolare cristallo, che ad osservarlo bene sembrerebbe proprio un fiore nato nella sabbia, si genera esclusivamente nel deserto del Sahara. Si tratta di un aggregato di cristalli di gesso la cui origine si ha solo in condizioni ambientali e climatiche ben precise. E’ necessario che sotto la coltre di sabbia, ad una profondità che può variare da alcune decine di centimetri, fino a poco più di un metro, vi sia una vena di gesso umido. Il sole cocente scalda la superficie sabbiosa ed il calore per contatto penetra sino alla vena di gesso umido provocandone l’evaporazione. E' durante questo processo che si può innescare nella risalita il fenomeno della cristallizzazione che produce la tipica rosa di sabbia. Le più grandi si trovano sotto la sabbia a volte in profondità maggiore del momento di formazione per il riporto della sabbia spostata dal vento. Accade che, sempre per azione del vento, può essere portata in superficie e se non viene raccolta, nel tempo la pioggia riscioglierà il gesso facendolo tornare allo stato originale. In tempi passati, leggende locali hanno portato a credere che la formazione di questi splendidi cristalli fosse dovuta alla concrezione dell'urina dei dromedari a contatto con la sabbia rossa, ma esiste anche un’altra leggenda che racconta di un cavaliere follemente innamorato di una splendida principessa. Il suo amore era così forte e disperato da non riuscire a sopportare di non poter stare insieme a lei; così il suo cuore scoppiò e quando le gocce di sangue toccarono la sabbia si trasformarono in rose del deserto. Ancora oggi il fantasma del cavaliere ritorna ad ogni plenilunio e vaga sanguinante, disseminando nel deserto le rose.
sabato 26 aprile 2014
Mondo cinema: Moolaadé
Nazionalità: Senegal
Anno 2004
Lingua originale bambara, francese
Regia: Ousmane Sembène
Sceneggiatura: Ousmane Sembène
Fotografia: Dominique Gentil
Musiche: Boncana Naiga
Cast: Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Dominique Zeïda, Mah Compaoré, Aminata Dao, Stéphanie Nikiema, Mamissa Sanogo
Nel film si affronta, denunciandolo, il tema dell’escissione (salindé), una particolare forma di infibulazione o mutilazione degli organi genitali femminili, pratica ancora comune in molti paesi africani, soprattutto dell'area sub-sahariana.
Moolaadé" è un’antica parola che indica la protezione accordata a qualcuno in fuga, una convenzione non scritta ma con regole ben precise, riconosciuta da tutti gli indigeni e chi la trasgredisce è portatore di funesti presagi.
A Djerisso, villaggio del Burkina Faso, sono i giorni del Salindé. Spaventate, quattro ragazzine fuggono, cercando rifugio da Collé Ardo, poiché gira voce che la donna si sia rifiutata di sottoporre la figlia al “rituale di purificazione” salvandole prima di tutto la dignità e forse anche la vita dato che, per ovvi motivi anche igienici, molte bambine muoiono dopo questa pratica, ma rendendola bilakoro, cioè una ragazza che non essendo stata sottoposta al rito del salindè non può essere sposata. Collè Ardo accetta la richiesta delle quattro bimbe e da inizio al moolaadè: pone dei nastri colorati all’ingresso del cortile di casa, limite invalicabile dall’interno per le quattro protette e, ovviamente dall’esterno, per le sacerdotesse munite di coltellino sporco che vogliono continuare la millenaria tradizione del salindè. Il moolaadè è un diritto sacro che nessuno può infrangere, pena l’ira del kalifa, lo spirito protettore del moolaadè. Gli uomini del villaggio sono indignati dall’intraprendenza di Collè Ardo, e dall’influenza che suscita sulle altre donne, da sempre combattute tra la tradizione da una parte e l’obiettività della situazione dall’altra. Tra le prime cause che gli uomini attribuiscono a questa “rivoluzione” vi sono le radioline a batterie che rappresentano un po’ quella millenaria convinzione che chi è istruito (in questo caso informato) è difficile da tenere a bada. Soluzione: radioline al bando.
Tutto il lavoro si impernia sullo scontro tra i due valori, il rispetto del diritto d’asilo e l’antica tradizione del salindé. Quest’ultimo accettato perché ritenuto l’unico in grado di elevare la giovane ragazza al rango di sposa, porla all’apice dell’onorabilità. Ma è una pratica il cui risultato è un calvario senza fine, una pratica erroneamente ritenuta una regola dell’Islam, anche se nel Corano è vietata. Moolaadé è un interessante e ordinata raccolta di tutti quei valori profondamente radicati nel mondo Africano, destinati ogni giorno con maggior forza ad un confronto - e ad un contrasto - con il mondo che ha ormai preso un'altra direzione. Le donne protagoniste di questa pellicole sono combattenti, guerriere coraggiose che dopo migliaia di anni e tradizioni si risvegliano, come intorpidite, e aprono gli occhi verso un mondo di diritti e opportunità, affrontando non solo il ripudio del salindé, ma anche il complesso rapporto che da sempre pone l'uomo al di sopra della donna.
Ousmane Sembene, regista senegalese, infaticabile nonostante i suoi 82 anni, affida a tre personaggi la rappresentazione del nuovo che incombe: l’emigrante, portatore di ricchezza; la madre, che attraverso la radio scopre un diverso modo di vivere e interpretare la tradizione; il mercenario, un ambulante fuggito dall’assurdità delle missioni di pace, simbolo di quella modernità ambita e temuta. Un film da vedere e da diffondere in questa nostra epoca sempre più globalizzata e interculturale.
Il film ha vinto la sezione "Un Certain Regard" al festival di Cannes 2005.
Il film ha vinto la sezione "Un Certain Regard" al festival di Cannes 2005.
martedì 8 aprile 2014
Marocco: la valle del Draa
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Situata nel profondo sud del Marocco, la valle del Draa si estende dalla città di Ouarzazate al deserto del Sahara. Qui vi abbondano oleandri, acacie, palme da dattero e grazie a un ottimo sistema di canalizzazione dell’acqua, gli abitanti della zona sono riusciti a coltivare anche ortaggi, cereali, erba medica ed henné.
Numerosi sono i centri fortificati, eretti dalle popolazioni locali contro le incursioni dei nomadi del deserto. Queste costruzioni, chiamate kasbah o ksour, sono circa una cinquantina e si trovano specialmente nel tratto tra Ouarzazate e Zagora.
Lo uadi Draa è il fiume più lungo del Marocco. Nasce dall'Alto Atlante ed è formato dalla confluenza dei fiumi Dadès e Imini. Viaggiando per centinaia di chilometri raggiunge l’Atlantico, ma in gran parte dell'anno rimane completamente secco, tuttavia, in caso di precipitazioni abbondanti, può esondare facilmente.
La bellezza della valle del Draa, non è la sua unica ricchezza geografica; la valle ha migliaia di anni di storia, testimoniate dalle antiche pitture rupestri e incisioni rinvenuti nella zona. E’ qui, che gli archeologi hanno ritrovato la statuetta della Venere di Tan-Tan, una delle più antiche sculture preistoriche mai scoperte. Inoltre, la valle era una volta, un importante punto di transito delle trans-sahariane nonché un importante centro commerciale per le civiltà ebraiche, arabe, berbere e cristiane.
Nei secoli 17esimo e 18esimo, la valle del Draa fu oggetto di numerose battaglie tra le diverse tribù nomadi che l’abitavano. Le kasbah con le loro alte mura servivano come rifugio dal nemico quando una città era sotto assedio ed erano anche la residenza del leader della tribù e della sua famiglia. Queste fortezze-città comprendevano moschee, bagni pubblici, negozi e giardini. Erano costruite con fango e paglia raccolti dalle rive del fiume ed erano progettate per resistere sia al forte calore che al freddo. Molte kasbah sono abitate ancora oggi. Nonostante la sua ricca storia, la cultura e la fama, i berberi della valle del Draa vivono ancora in modi molto simili a quelli dei loro antenati. Essi cavalcano asini, lavano i panni nel fiume ed usano argilla per costruire le loro case. Lì ci si sente trasportati in un tempo antico e sicuramente risulta difficile credere che la città cosmopolita di Marrakech sia solo poche ore di distanza.
A causa della sua posizione, la bellezza e la storia, la Valle del Draa sta diventando una delle principali attrazioni turistiche in Marocco.
venerdì 7 marzo 2014
Donne nel mondo arabo. La classifica di Reuters Foundation. ( prima parte)
Un sondaggio realizzato dalla Thomson Reuters Foundation e rivolto a 336 esperti nel settore, ha messo in evidenza la condizione della donna nei paesi arabi. Le domande del sondaggio basate sulla Cedaw, Committee on the Elimination of Discrimination, hanno permesso di valutare la condizione femminile in base ad una serie di parametri quali il diritto alla maternità, il trattamento all’interno della famiglia, l’integrazione nella società, la possibilità di inserirsi nell’economia e nella politica del proprio paese e la presenza di comportamenti violenti diffusi. In base a tutto questo è stata stilata una classifica che vede al :
22° posto: Egitto
L’Egitto si è piazzato ultimo in tutte le categorie: molestie sessuali subite dal 99% delle donne e delle bambine. Estrema diffusione di matrimoni forzati, soprattutto nei villaggi dove la donna diventa merce di scambio e viene letteralmente venduta e data in sposa al migliore offerente. Altra questione che fa precipitare l’Egitto in coda alla classifica è la pratica delle mutilazioni genitali che continuano ad essere la prassi per il 91% delle bambine, secondo i dati raccolti dall’Unicef.
21° posto: Iraq
In Iraq la condizione delle donne risulta peggiorata dal 2003, anno di inizio dell’intervento americano. Sempre più sono le donne che vivono in condizioni di vulnerabilità, e che rischiano di subire abusi sessuali o di diventare oggetto di tratta. Soprattutto nei villaggi, la libertà personale è ancora fortemente limitata: il 72,4% delle donne è costretta a chiedere il permesso al marito anche per ricevere cure e assistenza sanitaria.
20° posto: Arabia Saudita
Al ventesimo posto la condizione femminile dell’Arabia Saudita, da dove un mese fa si è levata ancora una volta la protesta di alcune donne contro il divieto di guida, supportata anche da artisti come Hisham Fageeh, che ha realizzato un video rivisitando il testo di “No woman no cry” di Bob Marley.
Le donne sono sottoposte a un regime di tutela da parte del parente uomo più prossimo (marito, padre o fratello) e non possono disporre liberamente neppure dei propri documenti di identità. Serve il permesso del “garante” per viaggiare, sposarsi, frequentare le scuole e ricevere assistenza sanitaria. Nel 2015 le donne dovrebbero andare a votare per la prima volta. Nei casi di stupro la vittima rischia di essere accusata di adulterio e deve comunque produrre quattro testimoni uomini per poter denunciare la violenza.
19° posto: Siria
Con la guerra civile le donne sono diventate vittime del conflitto e non di rado si sono registrati casi in cui le violenze sono state impiegate deliberatamente per scoraggiare le proteste e fiaccare la resistenza. Se l’età minima per il matrimonio è 17 anni, nei campi profughi sono stati riscontrati casi di nozze anche con bambine di 12 anni.
18° posto: Yemen
Uno dei traffici più redditizi nel paese è quello dei matrimoni con minorenni, spesso con turisti stranieri. Non esiste un’età minima per le nozze e si stima che almeno un quarto delle adolescenti si sposi prima dei quindici anni. Sul fronte dell’istruzione, solo il 53% delle ragazze completa le scuole primarie, contro il 73% dei ragazzi.
17° posto: Sudan
L’età minima per il matrimonio è di soli dieci anni. Nel codice penale esiste ancora un articolo, il 152, che ammette l’arresto e la flagellazione per il modo di vestire. Sul fronte della partecipazione politica però il Sudan ha fatto notevoli progressi dal 2008, il 25% dei seggi dell’Assemblea Nazionale sono stati riservati alle donne.
16° posto: Libano
Il codice penale, nell’articolo 522, consente agli stupratori di evitare il processo se si impegnano a sposare la vittima. Le donne non possono trasferire la cittadinanza ai propri figli se avuti da partner straniero. L’aborto resta ancora oggi un reato punibile con 7 anni di carcere. Anche se il paese ha sottoscritto la Cedaw, non ha mai dato parere positivo rispetto agli articoli su cittadinanza e uguaglianza fra uomo e donna nel matrimonio e nella vita familiare.
14° posto: Somalia
In Somalia il ruolo politico delle donne è riconosciuto in Parlamento. Il 39% delle somale ha un impiego, fatta eccezione per le aree controllate dal gruppo islamista al Shabaab, dove vige il divieto di avere un impiego fuori dalle mura domestiche. La violenza contro le donne è ancora molto diffusa.
Fine prima parte
giovedì 6 marzo 2014
Donne nel mondo arabo. La classifica di Reuters Foundation. ( seconda parte)
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| moroccan women |
13° posto: Djibouti
Sono 7 le donne che siedono in Assemblea Nazionale, e che rappresentano l’11% dei membri. La nota dolente di questo paese a metà classifica è l’altissima diffusione ancora oggi delle pratiche di mutilazione genitale.
12° posto: Barhain
Le donne hanno votato e acquisito il diritto di eleggibilità nel 2002. Sul fronte giudiziario la testimonianza di una donna ha lo stesso valore di quella di un uomo davanti alla Corte Islamica. Il 40% delle donne ha un impiego. L’età minima per il matrimonio è ancora di 15 anni, e il 30% delle donne sposate ha subito abusi dal coniuge.
11° posto: Mauritania
Il paese ha introdotto le quote rosa nelle liste elettorali. La maternità è riconosciuta nel mondo del lavoro con 98 giorni di permesso retribuiti e pure il controllo delle nascite, ma il 69% delle donne mauritane continua a subire in tenera età mutilazioni genitali.
10° posto: Emirati Arabi
Solo nel 2008 alle donne è stato concesso di intraprendere gli studi in legge. In un processo, la testimonianza della donna continua a valere la metà di quella di un uomo. Nei casi di violenza le vittime che denunciano devono raccogliere molti elementi di prova e rischiano comunque di essere accusate di adulterio. E’ vietato sposare uomini non musulmani.
9° posto: Libia
Nelle elezioni del 2012, 33 donne sono state elette in Consiglio Nazionale su 200 rappresentanti. Il paese ha un età minima di matrimonio piuttosto alta, 20 anni, la stessa per donne e uomini. Il 28% della forza lavoro totale del paese è composta da donne.
8° posto: Marocco
Il Marocco è piuttosto avanti sul fronte del controllo delle nascite. Le violenze domestiche però continuano a verificarsi in numero elevato.Tra l’altro esiste un articolo del codice penale, il 496, che sancisce il reato di accoglienza di una donna che abbandona il tetto coniugale.
7° posto: Algeria
In Algeria le donne hanno il 31,6% dei seggi in Parlamento, e un’età media di matrimonio paragonabile a quella europea. Il 14 ottobre 2012 il paese ha firmato la prima convenzione contro le molestie sessuali.
6° posto: Tunisia
Nel 2002 la Tunisia ha finalmente concesso alle donne che sposano cittadini stranieri di trasferire la cittadinanza a marito e figli. Dal 2009 le donne non musulmane godono degli stessi diritti del coniuge. Per quanto riguarda la maternità, si ha diritto a 30 giorni di assenza dal lavoro. L’aborto è concesso entro i primi tre mesi di gravidanza.
5° posto: Qatar
Il Qatar ha salutato la prima giudice tre anni fa, mentre in politica solo un posto su 29 nel Consiglio Centrale è occupato da una donna. L’età media di nozze è di 25,4 anni. Per guidare le donne hanno ancora bisogno del permesso del marito, ma il 51% della forza lavoro totale è al femminile.
4° posto: Giordania
Dal 2003 le donne possono richiedere il passaporto senza il permesso del marito o del parente (uomo) più prossimo, anche se la società giordana resta estremamente patriarcale.
3° posto: Kuwait
Nel 2005 le donne hanno ottenuto il diritto di voto attivo e passivo, e oggi occupano almeno la metà dei 240 mila posti ministeriali. Sulla violenza e le molestie sessuali però non esiste ancora una legge specifica, e lo stupro fra le mura domestiche non è riconosciuto né punibile.
2° posto: Oman
Il 29% delle donne adulte ha un lavoro. Il divorzio è ammesso ma se la richiesta arriva dall’uomo non servono motivazioni che la giustifichino, mentre per la donna è necessario passare attraverso un procedimento legale di otto fasi prima che la sua richiesta venga accolta.
1° posto: Repubblica Federale Islamica delle Comore
Nell’arcipelago il divorzio non solo è ammesso, ma tutela le donne che mantengono la casa ed eventuali proprietà terriere. I reati sessuali sono riconosciuti e puniti. In politica ci sono due donne al vertice dei ministeri delle telecomunicazioni e del lavoro.
Vai al rapporto completo:
http://www.trust.org/spotlight/poll-womens-rights-in-the-arab-world/
lunedì 24 febbraio 2014
Arabia Saudita: la danza delle spade
In Arabia Saudita, la musica e le danze tradizionali, rievocano le melodie senza tempo e le cantilene dei poeti beduini, insieme ai versi epici dei suoi cantori.
Pur variando da regione a regione, la musica folcloristica ha un denominatore comune rappresentato dalla danza delle spade, ballo eseguito da soli danzatori uomini. Meglio noto con il nome di "Ardha", lo spettacolo è originario del Najd e raccoglie, in un'unica rappresentazione di sapore antico, ballerini, musicisti e un poeta, che funge da voce narrante. I danzatori con le spade si affiancano spalla a spalla formando un cerchio intorno al poeta, che inizia a decantare versetti epici tradizionali, secondo un ritmo cadenzato dai suonatori di tamburo. Le tre figure presenti nella coreografia, l’uomo guerriero, il poeta e l’arma bianca, sembrerebbero rievocare le antiche scorrerie che hanno devastato il paese, simboleggiando il temperamento allo stesso tempo combattivo e poetico dei beduini.
mercoledì 12 febbraio 2014
Il matrimonio in Marocco
In Marocco il matrimonio è regolato dallo Statuto personale che si chiama Mudawwana, che significa raccolta, ed è stata pubblicata fra il 1957 e il 1959. Modifiche sono state introdotte sia nel 1993 che nel 2003. L'età matrimoniale per contrarre matrimonio è fissata a 15 anni per le donne e a 18 per gli uomini. Vige la separazione dei beni e la donna ha la capacità giuridica di disporre personalmente dei suoi beni. E' stato introdotto recentemente il divorzio consensuale e ,anche se a volte solo sulla Carta, il principio di non discriminazione fra uomo e donna. Vige il ripudio, diritto esclusivo maschile e con la riforma del 1993 è stata abolita la costrizione matrimoniale della donna da parte del padre o del tutore, ma resta un particolare diritto che spetta al tutore di costringere una donna a sposarsi se teme che la stessa possa tenere una condotta immorale, e ciò si presta a molti abusi. E' lecita la poligamia anche se la donna nel contratto di matrimonio può chiedere che sia inserita la clausola che il marito si limiti ad una sola moglie, ed eventualmente riconoscerle il diritto di chiedere lo scioglimento del matrimonio qualora contravvenisse a detto impegno contrattuale. la questione può essere anche rimessa ad un Giudice che può inoltre valutare il danno che potrebbe avere subito la prima moglie. Occorre il permesso del marito perché la donna possa lavorare all'estero pena l'annullamento del matrimonio. Vi sono purtroppo molte applicazioni contraddittorie ed espedienti che consentono di violare la normativa più moderna e più favorevole alla donna.
sabato 25 gennaio 2014
Marocco: la medina
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| Medina di Fes |
La città araba tradizionale, o medina, vista dall’alto assomiglia ad un labirinto, ad un mosaico di alveoli color ocra, beige, marrone scuro o rosa legati gli uni agli altri, dai quali emergono eleganti minareti e cupole rivestite di tegole verdi. La medina ha conservato la forma del XII secolo, ossia quello di un agglomerato chiuso in se stesso, al riparo dalle incursioni nemiche e dalle lotte dinastiche così frequenti in quel tempo ed è racchiusa entro spesse mura color sabbia interrotte da porte monumentali e scandita da massicce torri merlate. A Marrakech 200 torri quadrate punteggiano i 19 km della cerchia; a Meknes, nel ‘600, una tripla muraglia lunga 40 km, munita di cammino di ronda, piattaforme per i cannoni e 20 porte, circondava la medina e gli innumerevoli palazzi del sultano Moulay Ismail. L’apparente disordine che si presenta come un garbuglio di stradine, vicoli ciechi, passaggi coperti e scalinate, cela in realtà un’organizzazione che risponde ad una logica. Strutturata intorno al centro religioso (la Grande Moschea, quella del venerdì, in cui tutti i credenti convergono per la preghiera comune) e ai suq, la medina tiene ben distinte vita privata e vita sociale. Nei pressi della Grande Moschea e del centro commerciale non ci sono abitazioni. E’ il luogo delle madrase, dei mausolei, degli hammam, dei fondouk ( eredi degli antichi caravanserragli, oggi ospitano laboratori artigianali). I quartieri residenziali formano nuclei a se stanti.
Gli assi stradali fondamentali collegano le porte della cinta lungo le direttrici nord- sud ed est- ovest, intersecando strette stradine che si ramificano a loro volta in vicoli, ciechi o non, di uso esclusivo degli abitanti. La medina è suddivisa in quartieri per gruppi sociali, confraternite e corporazioni. Vi regna il silenzio, in forte contrasto con l’attività animata e chiassosa dei suq. Ogni quartiere mantiene una propria autonomia e proprie strutture comunitarie: la moschea, il forno pubblico dove ogni famiglia si reca, al mattino presto, per portare a cuocere il pane, un hammam dove a uomini e donne è riservato un giorno della settimana, una drogheria fornita dei generi di prima necessità( olio, carbone, zucchero e spezie), una scuola coranica, una fontana a cui attingere l’acqua.
Nelle abitazioni modeste, come nelle ricche dimore, l’intimità è preservata dietro facciate cieche ed austere, interrotte da pesanti portoni di legno ornati di chiodi forgiate e di mani di bronzo-unica concessione alla decorazione esterna- e ovviamente sbarrati. Rare finestre si celano dietro griglie di ferro a volute o a musharabiya.
La casa marocchina è un universo chiuso, da cui non traspaiono lusso e confort. L’interno, invece, riflette lo spirito del padrone di casa: il numero di dependance, di logge, le dimensioni del riad e la profusione di arredi dipendono dalla ricchezza e dal rango sociale del proprietario. Modesta o agiata, la dar (“casa” in arabo) è l’abitazione più ricorrente nella medina. Si entra attraverso un piccolo corridoio sbieco che non rivela subito i segreti della casa: questa si articola attorno ad un patio, a un cortile squadrato a cielo aperto che lascia entrare l’aria fresca e su cui affacciano le stanze lunghe e strette. Il primo piano, quando esiste, è costituito da una galleria sovrastante il patio e da alcune stanze. Dal cortile, il riad, originariamente giardino chiuso d’ispirazione andalusa, prende nome per estensione la casa d’abitazione cittadina.
tratto da : "Marocco" di Marie - Pascal Rauzier
domenica 15 dicembre 2013
Le fondamentali differenze tra islamismo e cristianesimo
L’islam ed il cristianesimo sono due religioni che hanno molti aspetti comuni, ma hanno anche fondamentali differenze. Ciò che le accomuna è il fatto che sono entrambe religioni monoteiste che fanno risalire le proprie radici ad Abramo. Ambedue credono nella rivelazione, nei messaggeri (apostoli), nelle scritture, nella profezia, nella risurrezione dei morti e nella centralità della comunità religiosa. La dimensione comunitaria è molto importante sia per il cristianesimo, che ritrova questo elemento nella chiesa, sia per l’islam che lo ritrova nella “umma”, parola araba che significa appunto comunità ed in questo caso è intesa come comunità di fedeli. Detto questo è necessario fare un confronto con il cristianesimo scoprendo le principali differenze.
Innanzi tutto i musulmani credono in un solo Dio (monoteismo assoluto) che è un'entità unica (cioè non c’è né il “Figlio” né lo “Spirito Santo”). I cristiani invece, credono in un Dio Uno e Trino, cioè nella Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Per i musulmani
• Gesù Cristo non è non è il Figlio di Dio, non è Dio, non è la seconda Persona della Trinità, ma è un profeta, un uomo inviato da Dio. Gesù è solo uno dei 25 profeti di cui parla il Corano, e non è il più importante, in quanto il più importante è Muhammad. Inoltre nel Corano si dice che Gesù non è morto in croce, perché Dio lo ha sottratto alla morte portandolo in cielo.
• Maria è la madre del profeta Gesù e non è riconosciuta come “Madre di Dio.”
Maria è una delle quattro donne elette, citata nel Corano assieme a Kadigia e A'isa (due delle mogli del profeta) e a Fatima (la figlia del profeta). E' particolarmente benedetta, scelta fra le donne e purificata sin dalla nascita. Vergine per eccellenza, è molto devota e credente in Dio. Riceve l'annuncio di un bambino che nascerà da lei senza concorso umano, per effetto della parola creatrice di Dio.
sabato 16 novembre 2013
La moschea galleggiante di Malacca - Masjid Selat Melaka
Malacca o Melaka, capitale dello stato malese di Malacca, è una città ricca di architettura e di storia. Fondata da un principe rifugiato che si chiamava Parameswara, divenne in poco tempo un punto potente e nevralgico del commercio tra oriente ed occidente. Spezie, oro, seta, tè, oppio, tabacco e profumi attirarono l’attenzione degli imperi coloniali dell’occidente, e più tardi Malacca fu governata da portoghesi, olandesi e inglesi. In molte parti della città è ancora evidente l’atmosfera del passato, impressa nell’architettura e nei palazzi, ma Malacca è anche una città in rapido sviluppo che abbraccia nuove idee e tecnologie.
Un esempio è la Malacca Straits Moschea o Masjid Selat Melaka in malese, costruita su un'isola artificiale (Malacca Island o Pulau Melaka), a ridosso della città. Inizialmente il progetto incontrò molte difficoltà. Dapprima gli ambientalisti si opposero alla posizione dell’isola in quanto nella zona vi erano molti reperti storici sommersi, come relitti di navi portoghesi, ora sepolti per sempre sotto tonnellate di rocce e sabbia, poi l'ambizioso progetto di costruzione attraversò difficoltà finanziarie a causa della crisi economica globale. Così i lavori iniziati nel 1996 videro la fine solo nel 2006 quando la moschea fu inaugurata ufficialmente dal re della Malesia.
L’ edificio, che sorge
direttamente sulla spiaggia, poggia su palafitte ed è stato progettato in
modo tale che, quando la marea è alta, si crea l’illusione che galleggi
sull’acqua. Per questo
motivo la moschea è anche conosciuta con il nome di moschea galleggiante
di Malacca. Il suo
stile architettonico è molto interessante, unico e molto diverso dalle antiche
moschee dello stato di Malacca. La cupola dorata è in stile
mediorientale mentre le quattro torrette angolari sono sormontate da tipici
tetti malesi. La facciata è decorata con vetrate in stile islamico ed il minareto ha un design sorprendente e insolito molto simile ad un
faro. La struttura può ospitare fino a 2.000 fedeli.domenica 27 ottobre 2013
La jambiya
La jambiya è un pugnale con la punta ricurva che tutti gli uomini yemeniti sfoggiano infilato in un cinturone. Ha origini arabe pre-islamiche molto remote e la raffigurazione più antica risale al VII/VI sec. a.C.; si tratta di una statua del re imiarita Shebam, rinvenuta in una località della Penisola Araba chiamata Ma'di Karb.
Questo particolare tipo di pugnale è formato da una lama di acciaio lucidissima, affilata su entrambi i lati e con una linea centrale in rilievo, ma il vero capolavoro è costituito dall' impugnatura che spesso è prodotta con materiali rari e pregiati, come il corno di rinoceronte, l'avorio, l’alabastro, o particolari paste vitree ed è decorata molto finemente con oro ed argento, filigrana, pietre dure e monete a volte molto preziose. Il bel colore ambrato che assume il materiale utilizzato, con il passar del tempo, ne aumenta il pregio. Anche il fodero, che di solito è di legno ricoperto con vari materiali, è decorato con molta cura ed applicato ad un cinturone di cuoio alto 5/7 cm, generalmente foderato di tessuto, con una fibbia che si allaccia sulla schiena.
La jambiya si tramanda da padre in figlio e rivela informazioni sul suo proprietario. Si può capire se è ricco o povero e quale posto occupa nella società: semplice cittadino, autorità religiosa, capo tribù, sceicco, fedele che ha effettuato il Pellegrinaggio alla Mecca.
Un uomo senza la sua jambiya si sente incompleto, non a caso un antico proverbio yemenita dice che “un uomo senza jambiya è un uomo morto “, inoltre, colui che la perde o la abbandona è profondamente disprezzato; è un simbolo di virilità al quale non rinunciano neppure gli uomini più umili, come mendicanti e carcerati.
Le migliori jambiya vengono prodotte nel suq di Sa'na, dove si possono trovare accanto a semplici manufatti economici con l' impugnatura di legno, delle autentiche costosissime opere d' arte. La più costosa in assoluto è stata acquistata per oltre un milione di dollari dallo sceicco Naji Bin Abdulaziz Al Shaif; si tratta di un pezzo che si può ritenere "storico" in quanto, a sua volta, appartenne all' Imam Ahmed Hamid Al Din che guidò lo Yemen dal 1948 al 1962. In passato la jambiya simboleggiava l’ingresso nell’età adulta dell’uomo e veniva usata durante conflitti e duelli; oggi più che essere un’arma, è simbolo di virilità e di forza, portata con orgoglio dagli uomini yemeniti e quasi accessorio ed ornamento dell’abito tradizionale maschile. Anche se non mancano risse nelle quali si brandiscono i pugnali, ormai la jambiya viene sfoderata il più delle volte per accompagnare danze tradizionali in occasioni di feste e matrimoni. Al ritmo di tamburi, gli uomini danzano in cerchio sfoderando la jambiya che conferisce loro prestigio sociale.http://granellidisabbia-najim.blogspot.it/p/video.html
sabato 5 ottobre 2013
Il caffè nel mondo arabo : curiosità
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| Beduino di Wadi Rum |
Per i beduini giordani del deserto di Wadi Rum, il caffè è un elemento essenziale della loro vita sociale e lo bevono nelle loro riunioni, nelle feste e durante i lutti. Agli ospiti ne offrono tre tazze, ciascuna sufficiente per un boccone.
La prima è la coppa dell’ospite (in arabo: fonjan thaif al) che onora l’arrivo dell’ospite.La seconda tazza è la coppa della spada (in arabo: fonjan al saif), un calice che onora il coraggio degli uomini beduini e la terza è la coppa dell’ umore (in arabo: al fonjan kaif) che è segno di buonumore. Tra i beduini, il consumo di caffè segna anche il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta e in tempi passati le tribù erano solite sanare i loro conflitti sotto la tenda di un mediatore che li invitava a bere il caffè e a fare la pace. Ancora ai giorni nostri, la richiesta della mano di una donna da parte di un giovane beduino, prevede che questi visiti la tenda dei futuri suoceri per ottenere il consenso dal padre della ragazza e la preparazione e il servizio del caffè arabo accompagnano ogni momento della"trattativa". Anche in Siria, lontano dai grandi centri urbani, le promesse spose devono superare la prova del servizio del caffè per dimostrare a marito e suocera di essere delle brave mogli.
In Turchia c’è una tradizione molto simpatica: quando il pretendente, accompagnato dal padre, fa visita alla famiglia della promessa sposa per chiederne la mano, il rituale vuole che prima di iniziare il discorso venga servito il caffè. Se la ragazza non ricambia l’interesse verso il pretendente, può decidere di evitare una situazione di imbarazzo con un chiaro segnale: un pizzico di sale nel suo caffè.
mercoledì 18 settembre 2013
I festival del Marocco
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| Festival del Gnaoua |
In Marocco si tengono festival tradizionali e culturali che attraggono marocchini e turisti; alcuni sono molto antichi, altri sono più moderni, ma tutti sono da non perdere.
- Festival della fioritura dei mandorli ( febbraio)
Celebra l’inizio della stagione della fioritura primaverile e si tiene nella valle di Ameln vicino a Tafraoute.
- Marathon des Sables (marzo/ aprile)
Una corsa a piedi di 7 giorni attraverso il deserto che parte e arriva a Ouarzazate.
- Festival delle rose ( maggio)
Festeggiamenti per la raccolta delle rose nella valle di El-Keela M’ Gouna vicino a Ouarzazate.
- Festival della musica sacra mondiale ( maggio/giugno/luglio)
Manifestazione di 9 giorni che ha luogo a Fès, attira visitatori anche da altri paesi.
- Festival delle ciliegie ( giugno)
Tenuto a Sefrou, questo festival dura 3 giorni e offre musica e danza in quantità, culminando con l’incoronazione della regina delle ciliegie.
- Festival del folklore nazionale ( giugno)
Una manifestazione che celebra la musica e la danza berbere e si tiene a Marrakech.
- Festival del Gnaoua e delle world music (giugno)
Per questa manifestazione, considerata da molti il festival più popolare del Marocco, migliaia di visitatori confluiscono nella cittadina portuale di Essaouira. Nel 2004 si sono esibiti i Wailers( quelli di Bob Marley and the Wairles), attirando un numero record di turisti da tutto il mondo.
- Festival internazionale di Rabat (giugno/ luglio)
Musicisti da tutta l’Africa convergono nella capitale per questa manifestazione, che fa anche da sfondo a un piccolo festival cinematografico.
- Festival internazionale della cultura (luglio/ agosto)
Aslah, una cittadina portuale, è la sede di questo festival artistico che celebra sia l’arte contemporanea sia l’arte marocchina tradizionale e che è particolarmente adatto per le famiglie.
- Festival del matrimonio ( settembre)
Un festival di 3 giorni che si tiene a Imilchil e che negli ultimi anni è stato molto sfruttato dall’ufficio nazionale marocchino per il turismo. Durante il festival le ragazze berbere scelgono i futuri mariti e firmano contratti di fidanzamento.
- Festival cinematografico internazionale (date variabili)
Manifestazione cinematografica, che attira molti attori, registi e cineasti; si svolge a Marrakech e sta diventando un evento d’elite. Dura una settimana e presenta film di varia provenienza, ma in particolare pellicole arabe e africane.
Tratto da “Marocco” di York Jillian
venerdì 23 agosto 2013
Buzkashi: lo sport dell'Afghanistan
Buzkashi, che tradotto letteralmente significa "acchiappa la pecora", è lo sport nazionale dell'Afghanistan.
Il gioco
Si pratica su un grande campo quadrato il cui lato misura 400 metri. Qui, una carcassa di capra (boz) o di vitello senza testa è posta al centro di un cerchio e circondata dai giocatori delle due squadre opposte. Lo scopo del gioco, è ottenere il controllo della carcassa e portarla nella zona punti. Tradizionalmente il gioco veniva praticato come "tutti contro tutti", fu in un secondo tempo che si decise di suddividere i giocatori in due squadre di chapandoz (cavalieri). Ci sono due versioni di Buzkashi: il Tudabarai e il Qarajai. Tudabarai è relativamente più semplice rispetto a Qarajai, anche se condividono gli stessi obiettivi. I premi per il vincitore consistono in denaro, abiti o turbanti.
I giocatori
Di solito, in ogni squadra ci sono 10-12 giocatori. Per proteggersi dalle cadute indossano abiti pesanti: un lungo cappotto di pelle con pelliccia e un cappello pure in pelliccia. Sono infatti frequenti gravi infortuni causati dagli urti e dalle cadute da cavallo. La maggior parte di loro continua a giocare la partita anche con costole incrinate o con fratture perché per i giocatori è preferibile tornare a casa “macchiati di sangue”, ma da coraggiosi, piuttosto che sani e salvi, ma da codardi.
I chapandaz
I giocatori che hanno acquisito competenze elevate nel gioco sono chiamati chapandaz. Solo dopo un lungo periodo di difficile addestramento , si può diventare un bravi chapandaz (di solito hanno un’ età superiore ai quarant'anni).
La 'palla'
La “palla” del gioco è la carcassa di una capra o di un vitello. La testa e le interiora dell’animale vengono rimossi, e le gambe tagliate al ginocchio. La carcassa viene poi messa a bagno in acqua fredda per 24 ore per indurirla in modo che non si rompa facilmente.
Attrezzatura
I giocatori utilizzano una piccola frusta in pelle grezza che viene tenuta tra i denti quando non è usata.
Cavalli
I giocatori non sono gli unici a dover seguire l’addestramento, anche i cavalli che partecipano al buzkashi devono allenarsi per cinque anni prima di avere risultati sul campo da gioco. Il cavallo deve sapere quando galoppare a tutta velocità e saper aspettare quando il giocatore cade da cavallo, dandogli il tempo di rimontare. Buzkashi, è uno sport pericoloso, ma un addestramento intensivo e un’ottima comunicazione tra il cavallo e cavaliere possono aiutare a minimizzare il rischio di lesioni.
Regole
Non esistono regole scritte, sono per di più tramandate oralmente e frutto di una lunga tradizione. È ad esempio concesso colpire con il frustino sia il cavallo avversario che il cavaliere, spingersi e strattonarsi. Inoltre, nessuno può legare la carcassa alla sua sella o colpire l'avversario sulla mano per strappare la capra.
Origine
L'origine di questo gioco sembra risalire ai tempi della prima invasione dei Mongoli di Gengis Khan: si racconta che i prigionieri che venivano catturati in battaglia, venissero posti in mezzo ad uno spazio piuttosto vasto come oggetto di contenzioso da parte dei soldati; si aggiudicava il possesso del prigioniero, il cavaliere che riusciva ad afferrarlo dopo una sfrenata corsa a cavallo. Più avanti negli anni, l’oggetto della violenta contesa era la mandria del nemico.
Per molti afgani, il Buzkashi non è solo un gioco, ma un modo di vivere, un modo in cui il lavoro di squadra e la comunicazione sono essenziali per avere successo.
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