Visualizzazione post con etichetta mondo cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondo cinema. Mostra tutti i post

lunedì 24 gennaio 2022

Mondo cinema: Yalda

Un film di: Massoud Bakhshi. Con: Sadaf AsgariBehnaz JafariBabak KarimiFereshteh Sadre OrafaiyForough GhajabagliArman DarvishFereshteh HosseiniZakieh BehbahaniRamona ShahFaghihe Soltani. Iran 2019. Genere: drammatico.

La pellicola, premiata per la categoria Miglior film straniero al Sundance Film Festival del 2020 e diretta dal regista Massoud Bakhshi, prende spunto da un reality show in onda in Iran.Durante la sera del solstizio d’inverno (che coincide con una festività nota come Yalda) a Teheran inizia una nuova puntata dello show televisivo chiamato Joy of Forgiveness. In studio giunge ammanettata, dopo aver trascorso 15 mesi di carcere, la giovane ventiduenne Maryam (Sadaf Asgari), rea di aver ucciso accidentalmente Nasser, il marito sessantacinquenne, e per questo accusata di omicidio e costretta a pagare la sua colpa con la morte.Tuttavia il sistema giudiziario iraniano prevede che la famiglia della vittima possa concedere il perdono e trasformare la pena di morte in una riduzione della condanna detentiva, alla quale si associa il pagamento di un debito pari al “prezzo del sangue”. Maryam decide di partecipare allo show proprio per chiedere perdono e ottenere clemenza da Mona (Behnaz Jafari), la figlia di Nasser. Sotto l’arbitrio di Omid (Arman Darvish), il presentatore del programma, le due donne vengono messe l’una di fronte all’altra e iniziano a ripercorrere il passato, tra rivelazioni e sorprese, fino ad arrivare allo scontro sempre sotto gli occhi vigili del pubblico che, con un sms, può esprimersi circa la colpevolezza di Maryam o, addirittura, decidere che siano gli sponsor a pagare il “debito di sangue” della donna…



il trailer:  https://www.youtube.com/watch?v=xDSk_08MvBQ

venerdì 9 ottobre 2020

Mondo cinema: Baran

Un film di Majid Majidi. Con Hossein Abedini, Zahra Bahrami, Mohammad Amir Naji, Hossein Mahjoub Amir Naji, Hossein Mahjoub, Abbas Rahimi. Iran 2001.        Genere: drammatico.

Latif, 17 anni, lavora come assistente in un cantiere: va a fare la spesa, prepara da mangiare per gli operai. Un giorno, uno degli operai si ferisce gravemente e deve smettere di lavorare. L'uomo è un profugo afgano immigrato illegalmente e suo figlio, Rahmat, arriva al cantiere per sostituirlo. Per il ragazzo i lavori pesanti risultano impossibili e il capo cantiere decide di dare a lui il posto di Latif, fisicamente più forte e quindi in grado di affrontare compiti più impegnativi. La cucina si rivela presto il luogo ideale per Rahmat e tutti gli operai vengono conquistati dalla bontà dei pasti che prepara e dal suo squisito tè. Nessuno rimpiange Latif che, costretto a pesanti lavori manuali, comincia a spiare il rivale per coglierlo in fallo e riavere il suo posto. Dopo molti tentativi falliti Latif scopre esterrefatto il segreto di Rahmat. Un segreto che sconvolgerà la sua esistenza.

https://www.youtube.com/watch?v=T5UGItdsqUI

mercoledì 2 ottobre 2019

Il cinema egiziano



In Egitto, il cinema nasce nel 1896. Le prime proiezioni si svolgono nell'Hammam Schneider ad Alessandria, trasformato per l’occasione in cinema, dove viene proiettato un film dei fratelli Lumière. Negli anni successivi si utilizzano, per le proiezioni, luoghi di aggregazione come i caffè e solo nel 1906 si inaugura il primo vero cinema al Cairo.
Inizialmente, gli spettatori egiziani possono guardare unicamente film muti, francesi e  italiani, ma nel 1912-1915 si iniziano a girare le prime scene in Egitto che mostrano principalmente scene di vita quotidiana.
Il primo film egiziano è di media durata prodotto in cooperazione italo-egiziana della durata di circa 35 minuti, che rimane senza successo perché senza un background interessante e interpretato da attori stranieri. Nel 1927 esce nelle sale il primo lungometraggio egiziano,”Leila”, diretto da Wadad Orfi e interpretato dall'attrice Azizza Amir. Ma è solo negli anni '30 , con l'arrivo del sonoro, che si sviluppa il cinema egiziano. “Awlad al-Zawat" , con Yusuf Wahbi e Amina Rizk , esce nel 1932 ed è il primo film parlante. Il successo ottenuto dal cantante Mohamed Abdel Wahab nel suo film “The White Rose” (1932) dà alla luce un nuovo genere, la commedia musicale, che incontrerà tutti i grandi della canzone egiziana: Farid El Atrache, Chadia, Muhammad Abd al-Wahhab, Umm Kulthûm, Layla Murad, Sabah. “Widad” di Ahmad Badrakhan , è il primo film musicale in cui canta Umm Kulthûm. Nel 1935 , Talaat Harb fonda Misr Studios , che consente all'Egitto di avere studi equivalenti ai principali studi di Hollywood. In Egitto, il cinema diventerà il settore industriale più redditizio dopo il tessile. Ma, intossicato da un successo troppo facile, il cinema egiziano uccide il pollo con le uova d'oro: mentre le sue produzioni invadono il mercato arabo, la sua qualità diminuisce. Alcuni critici lo definiscono "cinema loukoum” cioè il cinema all’acqua di rose. Nel 1947 entra in gioco la prima legge di censura, che proibisce sia le riprese nei quartieri popolari che nelle case dei fellah, proibisce anche di filmare donne che indossano il velo e scene di disordine sociale. Il regime derivante dalla rivoluzione del 1952 istituisce un cinema di stato. La nuova istituzione ha il merito di promuovere l'espressione di un certo (neo) realismo sociale. Ciò consente al cinema egiziano di recuperare il ritardo con il romanzo. È allora che la generazione di grandi registi segnerà la settima arte araba. Il primo a farsi conoscere, Salah Abu Sayf, usa gli scenari di Mahfûz e rivela l'attore Omar Sharif in “Morte tra i vivi”. Le sue opere eccezionali - Le Sangsue (1956), Le Coudaud (1957), C'est ça l'amour (1958), N'éteins pas le soleil (1961) - sono tutte segnate da innegabili ricerche tecniche. Allo stesso tempo, Husayn Kamal diventa noto con un film neorealista con immagini superbe: "il fattore" (1968).
Un altro regista, Tawfîq Salâh, dà un nuovo sguardo alla società egizia in “The Revolt” (1966) e nel “Journal of a Campaign Substitute” (1968) basato sul famoso romanzo autobiografico Tawfîq al-Hakïm. Tawfîq Salâh è un regista impegnato, ma con le sue inquietanti dichiarazioni  è costretto ad andare in esilio in Siria .
Dal 1973 il cinema egiziano è in crisi. Le produzioni della Cité du Cinéma, ospitate in un moderno quartiere sulla strada per le Piramidi, diminuiscono. Gli scenari ordinari raramente si discostano dallo stile melodico. La messa in scena usa e abusa della danza del ventre. Il cinema non rappresenta più una delle principali risorse dello stato. Nel 1976 si organizza un festival cinematografico internazionale al Cairo per fermare il declino delle produzioni nazionali. Si spera che i "Golden Nefertiti", la suprema ricompensa di questo evento, diano lo stimolo necessario ai produttori egiziani per trovare, a lungo termine, la strada della qualità.

sabato 26 aprile 2014

Mondo cinema: Moolaadé

Nazionalità: Senegal
Anno 2004
Lingua originale bambara, francese
Regia: Ousmane Sembène
Sceneggiatura: Ousmane Sembène
Fotografia: Dominique Gentil
Musiche: Boncana Naiga
Cast: Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salimata Traoré, Dominique Zeïda, Mah Compaoré, Aminata Dao, Stéphanie Nikiema, Mamissa Sanogo



Moolaadé è un film scritto e diretto dal regista senegalese Ousmane Sembène.  
Nel film si affronta, denunciandolo, il tema dell’escissione (salindé), una particolare forma di infibulazione o mutilazione degli organi genitali femminili, pratica ancora comune in molti paesi africani, soprattutto dell'area sub-sahariana.
Moolaadé" è un’antica parola che indica la protezione accordata a qualcuno in fuga, una convenzione non scritta ma con regole ben precise, riconosciuta da tutti gli indigeni e chi la trasgredisce è portatore di funesti presagi. 
A Djerisso, villaggio del Burkina Faso, sono i giorni del Salindé. Spaventate, quattro ragazzine fuggono, cercando rifugio da Collé Ardo, poiché gira voce che la donna si sia rifiutata di sottoporre la figlia al “rituale di purificazione” salvandole prima di tutto la dignità e forse anche la vita dato che, per ovvi motivi anche igienici, molte bambine muoiono dopo questa pratica, ma rendendola bilakoro, cioè una ragazza che non essendo stata sottoposta al rito del salindè non può essere sposata. Collè Ardo accetta la richiesta delle quattro bimbe e da inizio al moolaadè: pone dei nastri colorati all’ingresso del cortile di casa, limite invalicabile dall’interno per le quattro protette e, ovviamente dall’esterno, per le sacerdotesse munite di coltellino sporco che vogliono continuare la millenaria tradizione del salindè. Il moolaadè è un diritto sacro che nessuno può infrangere, pena l’ira del kalifa, lo spirito protettore del moolaadè. Gli uomini del villaggio sono indignati dall’intraprendenza di Collè Ardo, e dall’influenza che suscita sulle altre donne, da sempre combattute tra la tradizione da una parte e l’obiettività della situazione dall’altra. Tra le prime cause che gli uomini attribuiscono a questa “rivoluzione” vi sono le radioline a batterie che rappresentano un po’ quella millenaria convinzione che chi è istruito (in questo caso informato) è difficile da tenere a bada. Soluzione: radioline al bando. 
Tutto il lavoro si impernia sullo scontro tra i due valori, il rispetto del diritto d’asilo e l’antica tradizione del salindé. Quest’ultimo accettato perché ritenuto l’unico in grado di elevare la giovane ragazza al rango di sposa, porla all’apice dell’onorabilità. Ma è una pratica il cui risultato è un calvario senza fine, una pratica erroneamente ritenuta una regola dell’Islam, anche se nel Corano è vietata. Moolaadé è un interessante e ordinata raccolta di tutti quei valori profondamente radicati nel mondo Africano, destinati ogni giorno con maggior forza ad un confronto - e ad un contrasto - con il mondo che ha ormai preso un'altra direzione. Le donne protagoniste di questa pellicole sono combattenti, guerriere coraggiose che dopo migliaia di anni e tradizioni si risvegliano, come intorpidite, e aprono gli occhi verso un mondo di diritti e opportunità, affrontando non solo il ripudio del salindé, ma anche il complesso rapporto che da sempre pone l'uomo al di sopra della donna.
Ousmane Sembene, regista senegalese, infaticabile nonostante i suoi 82 anni, affida a tre personaggi la rappresentazione del nuovo che incombe: l’emigrante, portatore di ricchezza; la madre, che attraverso la radio scopre un diverso modo di vivere e interpretare la tradizione; il mercenario, un ambulante fuggito dall’assurdità delle missioni di pace, simbolo di quella modernità ambita e temuta. Un film da vedere e da diffondere in questa nostra epoca sempre più globalizzata e interculturale. 
Il film ha vinto la sezione "Un Certain Regard" al festival di Cannes 2005.



venerdì 25 gennaio 2013

Mondo cinema: Pane e fiore


Titolo Originale: Nun va goldum
Anno: 1996
Regia: Mohsen Makhmalbaf 
Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf
Interpreti Ali Bakhshi Jozam, Mohsen Makhmalbaf, Elham Mohammad-Amini, Ammar Tafti, Mir Hadi Tayebi, Moharram Zeinalzadeh.




Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ci propone con “Pane e fiore “ un film semi-autobiografico. Tutto prende spunto da un episodio accadutogli all’età di 17 anni, mentre militava in un gruppo clericale anti scià. Nel 1974, nel tentativo di rubargli la pistola   accoltellò  e ferì un poliziotto. Il poliziotto si salvò ma il regista fu arrestato, torturato, imprigionato per cinque anni e liberato solo nel 1979 durante la rivoluzione islamica. Quindici anni più tardi, dovendo scegliere gli attori per il suo nuovo film dal titolo “Salaam cinema”, e volendo  scritturare solo attori non professionisti, pubblica un annuncio sul giornale. Tra i numerosi candidati, si presenta anche un quarantenne che risulta essere un ex poliziotto. Dopo un po' Makhmalbaf lo riconosce: è lo stesso poliziotto che aveva ferito anni prima. Allora il regista, invece di offrirgli una parte, gli propone di ricostruire in un film quell'evento drammatico. Ognuno di loro sceglierà un giovane interprete per il proprio personaggio, attraverso il quale fornire una versione dei fatti. L'ex poliziotto è molto reticente, c'è di mezzo il ricordo di una ragazza che lui vedeva passare ogni giorno davanti alla sua postazione e di cui si era innamorato. Alla fine però i due giovani vengono scelti ed anzi, a poco a poco, è la loro storia a prendere il sopravvento: quello che fa il poliziotto è interessato solo a salvare una piantina di rose, mentre quello che fa il regista vorrebbe salvare l'umanità e non se la sente di accoltellare il rivale. Il finale è tutto da scoprire….
Il film è stato candidato per il Pardo d'Oro ed ha ricevuto una menzione speciale all'edizione del 1996 del Festival internazionale del film di Locarno. Il titolo originale Nun va goldum significa "un istante di innocenza".


lunedì 10 settembre 2012

Ouarzazate, la Hollywood del Marocco


Nella lingua berbera il suo nome significa “senza rumore”. In realtà, nella Valle del Dadès , luogo in cui Ouarzazate si adagia, può capitare di sentire il frastuono dell’assalto ai treni da parte degli arabi guidati da Lawrence d’Arabia, le urla nell’arena del Gladiatore e tanto altro ancora. E’ infatti, proprio in questa cittadina marocchina, fondata dai francesi nel 1928, stretta tra il deserto sabbioso del Sahara e le montagne dell’Alto Atlas, che il governo ha deciso di erigere la propria Città del Cinema. Sono quattro gli studios che ospitano un significativo numero di produzioni internazionali e che insieme costituiscono il più grande laboratorio “open air” del mondo: gli Atlas Studios, i KanZaman Studios, i Cinedina Studios e i CLA Studios. Qui trovano lavoro circa 100000 mestieranti tra tecnici,  artisti, albergatori e commercianti e  molti registi si lasciano attirare da condizioni climatiche assolutamente compiacenti (splende il sole 300 giorni all’anno) e da una posizione geografica che spalanca le porte sia all’Africa  che all’Europa.  Non sono poi da sottovalutare gli incentivi che il governo mette a disposizione. Chi decide di girare qui ha diritto all’assistenza delle principali istituzioni statali come l’Esercito, l’Aviazione, la Gendarmeria e la Polizia, a procedure semplificate per l’importazioni di armi e munizioni necessarie, a sconti relativi al trasporto dei beni e persone attraverso la compagnia aerea Royal Air Maroc , a tariffe simboliche per realizzare riprese nei siti storici e all’esenzione dell’imposta del 20%. Se a ciò si aggiungono i costi sufficientemente contenuti  e la suggestione dei paesaggi  è facile intuire perché, già dal 1952, anno in cui venne girato Otello di Orson Welles, Ouarzazate sia diventata una vera e propria oasi della pellicola. Gli Atals Studios, fondati dal magnate marocchino Mohamed Belghmi, hanno dato la paternità a pietre miliari come Il gioiello del Nilo (1985), Il tè nel deserto(1990), Kundun ( 1997), The legionary: fuga all’inferno (1998) e Il Gladiatore (2000). Ma il passaporto marocchino l’hanno anche film come La mummia e Il ritorno (1999 e 2000), Asterix e Obelix:missione Cleopatra (2002), Sahara ( 2005), Kingdom of Heaven (meglio noto da noi con il titolo Le crociate) ( 2005) e Babel ( 2006) che hanno goduto dell’ospitalità fornita da altre strutture, in particolare i CLA Studios. Nati per volere del re Mohammed VI, sono il frutto di un partenariato che dal gennaio 2005 mette insieme Dino De Laurentis, Cinecittà e Sanam Holding. Per gli appassionati del genere, ricordiamo anche che  proprio sotto il sole del Maghreb, all’interno della casbah, si è svolta nel 2006, la terza edizione del reality La fattoria, che ha fatto registrare un picco di turisti arrivati appositamente dall’Italia. Sempre all’interno della casbah sono state girate molte scene del film La straniera (2009) di Marco Turco. Tutti i giorni (salvo nel periodo delle riprese) dalle 9 alle 18, gli studios spalancano le porte ai visitatori. Qui, ad accoglierli troveranno due monumentali mummie “ rubate” alla scenografia di Asterix e Cleopatra e all’interno, potranno girovagare tra i vari set rimasti ancora in buona parte allestiti, ritrovandosi nel giro di pochi metri, nel cuore dell’Egitto faraonico, in un mistico tempio buddista d’Oriente, sulle strade polverose dell’antica Roma e ammirare in lontananza le possenti mura della città vecchia di Gerusalemme!


domenica 20 novembre 2011

Mondo cinema: " Mille mesi"


Titolo Originale: Mille mois
Anno: 2003
Regia: Faouzi Bensaidi
Sceneggiatura: Suha Arraf, Eran Riklis
Interpreti: Foauad Labied, Nezha Rahil, Mohamed Majd.



Presentato al festival di Cannes nel 2003 nella sezione “Un Certain Regard”, vincitore del premio “Le Premier Regard” e “Prix de la Jeunesse”, "Mille mesi" è l’opera prima del regista, attore e sceneggiatore marocchino Faouzi Bensaidi già conosciuto come co-sceneggiatore del film "Lontano" di André Téchiné.  
Il film esplora il periodo della repressione intellettuale degli anni ’80, aspetto poco conosciuto della storia del Marocco. Si svolge in un villaggio nel cuore della zona montuosa dell’Atlante, durante il mese di  Ramadan.
Il piccolo Medhi, sette anni,  si trasferisce con sua madre Amina a casa del nonno, ma la vita nel villaggio è molto dura, soprattutto per la siccità. Suo padre, un attivista comunista, è in prigione per motivi politici, ma Medhi lo crede emigrato in Francia per lavoro.  A scuola, il maestro gli conferisce "l'onore" di custodire e portare ogni mattina la sua sedia,  fatto che suscita la gelosia dei compagni. Attraverso questo oggetto il bambino instaura e vive i rapporti con gli altri e con il mondo, ma il fragile equilibrio rischia ogni giorno di andare in frantumi. Nel frattempo, intorno a lui, il villaggio continua vivere la propria quotidianità fatta di povertà, preghiera e pettegolezzi amorosi. 
E' un film particolare e in un certo senso,  sperimentale. Inizia con una visione molto realistica, focalizzata sul ragazzo e sulla sua famiglia per poi allargare la prospettiva all'intero villaggio, raccontata in modo quasi surreale.
"Mille mesi" è la 27esima notte di Ramadan quella dove inizia il digiuno dei bambini, dove si pensa di essere protetti ma vengono rivelate le debolezze. E' anche una varietà di vite, quella di un ragazzo, di una famiglia, di un villaggio, di un paese in una sottile miscela di tragico e comico, sacro e profano, un film che lascia il posto ai personaggi, al loro ambiente e all'immaginazione dello spettatore.
Per quanto riguarda gli attori, il regista ha voluto che recitassero sia professionisti  che gli abitanti stessi del villaggio, ritenendo questo mix più stimolante sia per gli uni che per gli altri.


domenica 17 aprile 2011

Mondo cinema: "La sposa siriana"

Titolo Originale: The syrian bride
Anno: 2004
Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Suha Arraf, Eran Riklis
Interpreti: Hiam Abbas, Makram J. Khoury, Ashraf Barhoum, Eyad Sheety


Il Golan, che è una piccola striscia di terra (meno di duemila Kmq) tra il lago Tiberiade e il monte Hermon,  è sempre stato fin dall'antichità un punto nevralgico di passaggio trovandosi sulla via carovaniera che portava da Gerusalemme a Damasco e per le sue abbondanti fonti idriche  , centro di continue contese. L'offensiva israeliana del 1967 aveva tolto alla Siria le alture di questa zona e quando nel ’73 la Siria di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente, tentò di riprenderne il controllo, il risultato del conflitto fu l’annessione da parte di Israele dell’intera regione (1982), abitata ancora da alcune decine di migliaia di arabi (in prevalenza drusi) che ricevettero così la cittadinanza israeliana. Il  regime siriano non ha mai riconosciuto lo stato di fatto (il confine è sotto il controllo delle truppe dell'ONU) e la regione è in stato permanente di pace armata.
È in questo contesto che il regista ambienta “La sposa siriana”
Mona è infatti una ragazza che vive a Majdal Shams sulle alture del Golan siriano, sta per sposare Tallel, popolare attore di sit-com siriane, che vive a Damasco e che lei conosce soltanto sul teleschermo . Per salutarla sono arrivati da lontano due fratelli e tutto il paese è in festa: per lei invece, il giorno delle nozze è uno struggente lungo addio perché sa che  una volta varcato il confine Israele – siriano non potrà più tornare indietro né rivedere i suoi cari. Un imprevisto burocratico rende ancora più complicata una storia già assurda....


sabato 30 ottobre 2010

Mondo cinema:" Il tempo dei cavalli ubriachi"

Titolo originale: Zamani baraye’ masti ashba
Un film di Baham Ghobadi. Con Nezhad Ekhtiar-Dini, Amaneh Ekhtiar-Dini, Ayoub Ahamadi, Jouvin Younessi
e gli abitanti della città di Sardab e Banè.  (Kurdistan, 2000)


“Il tempo dei cavalli ubriachi” è un film che mostra, in modo estremamente spiazzante, la vita di un popolo al limite della sopravvivenza. Siamo nel Kurdistan iraniano, in prossimità del confine con l'Iraq,  dove non si lotta per avere una vita migliore, ma solo per avere un pezzo di pane o per comperare un quaderno. Qui si contrabbanda alcool ma si beve the, secondo i precetti islamici che vietano di bere alcolici, un divieto non prescritto ai muli (i cavalli del film), ai quali è fatto bere mischiato con acqua per sopportare il carico e il freddo della montagna. Ma, a volte, queste bestie, stordite e stremate dall’intruglio bevuto e dalla stanchezza, affondano nella neve e rimangano inermi e sfiancate a terra.
In questo luogo gelido, inospitale e punteggiato di campi minati vivono, in condizioni di estrema povertà, cinque tra fratelli e sorelle. Incartano bicchieri al mercato affinché non si rompano durante il trasporto o caricano sulla schiena enormi fagotti per poter guadagnare qualche soldo. Ayoub è il fratello su cui ricade la responsabilità della famiglia, subito dopo la morte del padre . Amaneh, la sorella minore, lo aiuta come può. C’è anche Madi, un ragazzo di quindici anni gravemente malato e menomato che gli altri fratelli adorano e proteggono. Secondo il medico che si reca al villaggio di tanto in tanto, Madi deve necessariamente subire un intervento chirurgico che gli permetterebbe di sopravvivere ma l’operazione costa molto. Ayoub allora decide di lavorare con i contrabbandieri per racimolare il denaro necessario all’intervento, ma nonostante i sacrifici e pur mettendo in pericolo la sua stessa vita, non riesce ad aiutare Madi. Una nuova speranza arriva da un iracheno che vuole sposare Rojin, la sorella maggiore. Pur di contrarre il matrimonio con la ragazza, l’uomo è disposto a contribuire economicamente permettendo a Madi di essere operato ma la sua promessa, non verrà mantenuta…....
Il regista Bahman Ghobadi, già assistente di  Abbas Kiarostami e attore nel film di Samira Makhmalbaf “Lavagne”, in questa sua opera prima ci propone una storia vera con attori che sono i reali abitanti del villaggio. Una storia che ha anche ottenuto un effetto straordinario. Un'equipe medica italiana, facente parte di un’organizzazione di volontariato denominata WOPSEC, si è offerta di recarsi nel Kurdistan per operare Madi e gli altri bambini bisognosi.
Il film ha vinto la  Camera d’Or al festival di Cannes 2000. 



mercoledì 23 giugno 2010

Mondo cinema: " A Casablanca gli angeli non volano"

Titolo originale:Al Malaika la tuhaliq fi al-dar albayda
Un film di Mohamed Asli. Con Abdessamed Miftah El Kheir, Abderrazak El Badaoui, Rachid El Hazmir, Leila El Hayani, Abelaziz Essghyr, Ali Achtouk. ( anno 2004 )



In un villaggio sperduto tra le montagne del Marocco, abita la famiglia di Said. Sua moglie Aicha, incinta, e i figli piccoli, cercano di sopravvivere al rigido inverno. Per mantenerli Said è costretto a trasferirsi a Casablanca, ma Aicha, contraria fin dal principio alla partenza del marito, lo supplica di tornare. Said lavora in un ristorante con due giovani amici, Othman e Ismail. Per loro la vita è tutt'altro che facile: Othman non pensa ad altro che al suo unico bene, un cavallo che ha lasciato alle cure della madre e a cui manda appena può del pane secco. Ismail ha visto un paio di scarpe costose che sono diventate la sua ossessione...I loro sogni e le loro aspirazioni però si infrangono per le strade ostili della città, in un turbinìo di avvenimenti che d'improvviso sconvolgeranno le loro vite.
Nel cielo del Marocco gli angeli e i poveri non possono prendere il volo. Questa è la certezza dell’esordiente regista Mohamed Asli . Scelto dalla prestigiosa rivista francese Semaine de la Critique per partecipare al 57° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, il film , mette in risalto la "purezza" della vita nel villaggio, in cui la povertà non fa mai mancare la dignità ad ogni singolo individuo, e la spersonalizzazione, la caoticità e l'alienazione urbana di Casablanca. Tema sottolineato anche dalla regia con l'alternanza continua tra le immagini della vita del villaggio, in cui a colpire è la semplicità di gesti e comportamenti, oltre alla bellezza incontaminata del paesaggio circostante, e il grigiore di una Casablanca rappresentata come luogo opprimente (con le sue strade pullulanti di automobili e i suoi alti palazzi, spesso ripresi dal basso), capace di spezzare i sogni delle persone. Un film duro, dai toni realistici dove l’uso prevalente di attori non professionisti, trasmette credibilità e forza ai personaggi e alle vicende narrate.


domenica 21 marzo 2010

Mondo cinema: " Il pane nudo"

Un film di Rachid Benhadj. Con Saïd Taghmaoui, Marzia Tedeschi, Sana Alaoui, David Halevim, Karim Benhadj. (anno 2005)


Mohamed è un bambino come tanti altri, ma la sua famiglia è povera e lui, sporco e affamato, cerca cibo fra i rifiuti. Torna a casa felice di aver trovato una gallina morta per il fratellino malato, ma viene punito dalla madre perché mangiare carogne è peccato. Il padre è un uomo alcolizzato e violento, la madre troppo devota alla religione e al marito. Mohamed, costretto a patire ogni stento, cresce in fretta, lascia la famiglia, inizia a vagabondare tra i vicoli e le strade, di notte, alla ricerca di cibo, di un riparo, di una serenità che riesce a trovare solo in una squallida sessualità malata, frequentando i bassifondi e i luoghi più malfamati della città di Tangeri, come molti altri bambini della sua età. Nel frattempo il Marocco si sta svegliando dal lungo sonno coloniale e grandi manifestazioni di protesta cominciano a scuotere il paese. Ormai ventenne, partecipa alle sommosse politiche, e a causa di una retata, si ritrova in prigione. Compagno di cella, un detenuto politico intento a scrivere sul muro una poesia. Da quel momento sente il bisogno di imparare a leggere e a scrivere: è l’inizio di una nuova vita. Diventerà un maestro elementare per insegnare ai bambini gli strumenti per fuggire dalla miseria e dalla povertà.
Curiosità:Il film è la vera storia dello scrittore marocchino Mohamed Choukri ed è tratto dal romanzo autobiografico omonimo (il titolo originale in arabo è ﺍﻟﺨﺒﺰ ﺍﻟﺤﻔﻲ . ﺳﻴﺮة ﺫﺍﺗﻴـة ﺭﻭﺍءﻳـة al-khubz al-hafi. Sira dhatiyya riwa'iyya lett. "Il pane nudo. Autobiografia in forma di romanzo"). Il libro uscito nel 1960 diventò un caso letterario, un classico apprezzato nel mondo ma censurato nei paesi arabi a causa della sua crudezza.E’ lo stesso regista ad interpretare il ruolo di Hamid, il compagno di prigione di Mohamed, colui che gli farà scoprire l'incanto della letteratura e gli insegnerà le prime due lettere dell'alfabeto arabo, 'alif e bā', che insieme formano la parola ab "padre".

Trailer

https://www.youtube.com/watch?v=ZI7Aym5Am1A