sabato 21 marzo 2020

NowRuz, il capodanno persiano.


Il Nowruz è il Capodanno persiano,"il risveglio della natura dopo il sonno dell’inverno, il momento in cui la luce vince sulle tenebre”. Cade il primo giorno del mese di farvardin, in una data corrispondente al 21 marzo del calendario cristiano (la data si mantiene fissa grazie all’introduzione dell’anno bisestile nel calendario solare persiano), giorno considerato in Occidente come l’inizio della primavera perché segnato dall’equinozio ascendente. Nonostante questa festa in passato non cadesse sempre nello stesso periodo dell’anno, le tradizioni ad essa associate sono rimaste legate ad antichi riti e cerimonie: tra queste la preparazione della tavola imbandita di dolcetti e simboli evocativi e il fatto di pulire casa da cima a fondo e di aggiustare tutto ciò che è rotto per iniziare l’anno lasciandosi indietro tutto ciò che è stato. Per quanto riguarda la tavola, “Haft-Seen”, viene preparata secondo le sette “S”: Sabzeh (germogli che simboleggiano il rinnovamento e la natura), Samanu (un dolce che simboleggia coraggio), Senjed (olive essiccate che simboleggiano saggezza), Seer (aglio per la felicità), Seeb (mele per bellezza e salute), Somaq-sumac (spezia persiana a base di bacche rosse schiacciate, per la pazienza e la tolleranza), Serkeh (aceto che simboleggia la pulizia). Oltre a queste pietanza sulla tovaglia si dispongono anche altri elementi altrettanto evocativi della fertilità, della prosperità e della famiglia e il Corano.Tra le altre celebrazioni per il NowRuz c’è una festa particolarmente cara al popolo persiano ovvero quella del Tchahar Shanbeh Souri, che la sera dell’ultimo mercoledì dell’anno rievoca le antiche cerimonie del culto mazdaico del fuoco. Quando scende la sera si accendono piccoli falò per le strade e tutti, in special modo i giovani, devono superarli saltandoci sopra cantando “Zardie man az to, Sorkhie to az man” (“Il mio giallo a te, il tuo rosso a me”), perchè il fuoco assorba ciò che di negativo c’è nella persona per restituirgli energia e salute. Successivamente le ceneri vengono raccolte e sotterrate in un luogo lontano a simboleggiare l’abbandono di tutte le cose tristi dell’anno.Un’altra cerimonia, con caratteri simili all’Halloween Occidentale, è svolta dai bambini e dai ragazzi che la sera stessa, tenendo celato il volto e il corpo con lenzuola, vanno di casa in casa percuotendo ciotole di metallo: si fermano ad ogni porta e raccolgono doni, dolcetti o frutta secca.

giovedì 5 marzo 2020

Il muezzin


Il muezzin è la persona incaricata di salmodiare  dal minareto, cinque volte al  giorno, il richiamo che serve a ricordare l'obbligo di effettuare la preghiera islamica.
Questa è una tradizione che risale al tempo del profeta Maometto. Il primo muezzin fu uno schiavo di nome Bilal ibn Rabah al-Habashi , figlio di un padre arabo e di una madre (schiava) etiope, che nacque alla Mecca alla fine del VI secolo.  Bilal fu tra i primi convertiti all'Islam, ma il suo proprietario cercò di convincerlo a rinunciare a questa religione sottoponendolo a punizioni e torture. Quando la sua storia divenne nota, uno dei seguaci del Profeta, Abu Bakr, che in seguito divenne primo califfo, lo acquistò e lo liberò. Nel 622 Bilal andò a Medina con il profeta Maometto e da allora in poi prestò servizio come assistente nelle varie spedizioni militari che quest'ultimo intraprese. Come suo amministratore, era responsabile di tutto il tesoro dei musulmani e distribuiva fondi a vedove, orfani e altri bisognosi. Intanto il numero di persone che accettavano l'Islam stava crescendo sempre più e rispettare il dovere di pregare insieme come comunità, stava diventando difficile anche a causa della mancanza di orologi. La tradizione narra che una notte un compagno del Profeta fu visitato in sogno da due personaggi vestiti di verde (colore simbolo dell'Islam), che gli insegnarono come risolvere il problema e cosa recitare per la chiamata alla preghiera.Il giorno seguente quando il Profeta seppe del sogno, disse che era stato un sogno veritiero e di andare da Bilal Habashi, che aveva una voce bella e melodiosa, e insegnargli a ripetere le frasi sentite in sogno.
I primi richiami alla preghiera furono fatti da Bilal da un tetto, ma, man mano che l'Islam si diffuse, apparve l'idea di costruire una torre con all’interno una scala per garantire al muezzin l’accesso  al balcone dal quale dare la chiamata alla preghiera.  Le fonti non sono chiare su ciò che accadde a Bilal dopo la morte del Profeta nel 632. Alcune fonti dicono che abbia continuato ad agire come muezzin per il primo califfo Abu Bakr, ma che si sia rifiutato di farlo per il secondo califfo; altre che abbia suonato la chiamata alla preghiera ancora solo un paio di volte. Bilal morì tra il 638 e il 642 ed è onorato come il primo muezzin dai musulmani sunniti e sciiti.
Il canto del muezzin:

Dio e' il piu' grande (4 volte). 
(Allahu akbar)
Sono testimone che non vi e' alcun dio all'infuori di Iddio (2x). 
(Ashhadu an la ilaha ill-Allah)
Sono testimone che Muhammad e' il Profeta di Allah (2x). 
(Ashhadu anna Muhammadan Rasalu-Llah)
Affrettatevi alla preghiera (2x). 
(Hayya ‘ala s-salah)
Affrettatevi al successo (2x).
(Hayya ‘ala l-falah)
Dio e' il piu' grande (2x). 
(Allahu akbar)
Non vi e' alcun dio all'infuori di Iddio. 
(La ilaha ill-Allah)

domenica 2 febbraio 2020

Il gatto nella cultura islamica



Il gatto nella cultura islamica è tenuto in altissima considerazione tanto che sono proprio i gatti gli unici animali liberi di stare nelle moschee. La  legge islamica,  prevede inoltre pene severissime nei confronti di chi commette gesti di violenza o maltrattamenti sui gatti.
Questo rispetto che la cultura islamica mostra nei confronti dei gatti è probabilmente derivato dal fatto che, secondo la tradizione, Maometto amava moltissimo questo animale e varie sono infatti le leggende che parlano dell’amore del profeta per i gatti e in particolare per una gatta bianca chiamata Muezza.
Una leggenda narra che la gatta non si separava mai da Maometto seguendolo in ogni suo movimento e dormendogli sempre accanto nei momenti di riposo.
Un giorno quando suonò l’ora della preghiera, Maometto si accorse che Muezza dormiva tranquilla acciambellata su un lembo del suo mantello.
Il profeta esitò ad alzarsi poiché non voleva svegliare la gatta, ed  alla fine, per non disturbarla,  decise di strappare l’angolo del mantello dove la gattina dormiva e fatto ciò si alzò per andare a pregare.
Quando Maometto tornò dalla preghiera Muezza si era svegliata e gli andò incontro facendogli un inchino per ringraziarlo del suo gesto d’affetto, il Profeta fu talmente onorato da questa accoglienza che decise di fare dei doni speciali a Muezza e a tutti i gatti che sarebbero nati da quel giorno in avanti.
Accarezzandola tre volte sulla schiena il Profeta donò a Muezza ed a tutti i gatti la capacità di atterrare sulle zampe anche da grandi altezze senza così  farsi male, le  nove vite e naturalmente un posto in paradiso.
Un’altra leggenda narra invece che un giorno Maometto si ritrovò un serpente velenoso nella manica della veste. Non volendo fare del male all’animale, il profeta si fece aiutare da Muezza che, non appena il serpente spuntò dalla manica, lo catturò portandolo lontano e salvando così la vita al suo amato “padrone”.

https://diariodiungattofelv.altervista.org/blog/il-gatto-nella-cultura-islamica/

venerdì 10 gennaio 2020

La Moschea Education City a Doha




La Facoltà di studi islamici del Qatar, situata nel campus della Education City,  a Doha fa parte dell'Università Hamad-Bin-Khalifa. Il programma prevede spazi di insegnamento, facoltà di livello mondiale ed un centro di ricerca ma la parte più spettacolare del nuovo complesso è la prima moschea di un campus universitario, progettata da Mangera Yvars Architects con sede a  Londra e Barcellona.

Nella sua posizione strategica all'ingresso principale del campus, l'affascinante moschea è rapidamente diventata il nuovo punto culminante sullo straordinario skyline di Doha.

Ha una capacità di 1.800 fedeli che possono essere accolti nella sala di preghiera principale e nei cortili esterni. I due minareti si elevano fino a 90 metri nel cielo e puntano dritto verso la Mecca. Centinaia di piccole finestre rotonde perforano la struttura fluida, bianca e cavernosa. La moschea poggia su cinque colonne strutturali principali che rappresentano i “cinque pilastri dell’Islam" e ogni pilastro è inscritto con un versetto del Sacro Corano. Quattro corsi d'acqua scorrono nei giardini circostanti l'edificio, ognuno dei quali rappresenta vino, latte, miele e acqua.La moschea è la prima struttura veramente moderna per i fedeli nella regione ed è già diventata l'ispirazione per progetti simili proposti a Dubai e in altre città in forte espansione nella regione.


https://www.youtube.com/watch?v=qPKF7KqAd0E


martedì 24 dicembre 2019

Hagalla: la danza del corteggiamento.


L’Hagalla è una danza beduina di corteggiamento. Viene ballata dalle donne in età da marito nel deserto sahariano a cavallo del confine tra l’Egitto e la Libia. Durante le grandi feste di celebrazione, le ragazze hanno il diritto di scegliere il futuro marito, ballando di fronte ad una fila di ragazzi che battono le mani. Questa danza può essere praticata con un bastone o un fazzoletto e in questo caso la donna porgerà l’altro lato del bastone o l’altra punta del fazzoletto al prescelto, danzandogli attorno. Se lui accetterà il corteggiamento, offrirà alla ragazza un braccialetto. La musica che accompagna il ballo è suonata con strumenti tipici come , il tabla, il duff, il nay e il rababa.
Nel tempo il costume è cambiato: l’abito è colorato, lungo e intorno ai fianchi è attaccata una specie di gonna con due enormi volant, i quali accentuano i passi. I capelli sono coperti da un lungo foulard.
Il nome della danza prende spunto dall’ hagall, un uccello tipico del deserto del Sinai che, durante il suo volo lungo il deserto, fa una divertente camminata sulla sabbia bollente, ecco perché la parola hagalla viene tradotta come “salto, sobbalzo”.

domenica 1 dicembre 2019

La falconeria nei paesi arabi.


Prendono l’aereo, hanno il passaporto, sono vezzeggiati come star e possono valere quanto un cavallo purosangue, o una Ferrari. Sono i falchi da caccia dei Paesi del Golfo, che nei mesi invernali vivono la loro stagione più intensa, fra tornei internazionali e gare di «bellezza» dai premi milionari.La falconeria è uno sport popolare negli Emirati Arabi Uniti, apprezzato dai cittadini ordinari e dai membri più alti della società. Di solito è praticato nel deserto e semi-deserto in tutta la regione e le specie più popolari utilizzate dai cacciatori sono i falchi sacro e pellegrino. Durante l'addestramento si insegna al falco a piombare e attaccare un richiamo di piumato legato ad una corda e controllato dall'allenatore. Quando l'uccello piomba per catturare l'esca, l'allenatore la tira via e questo procedimento ripetuto più volte fa si che l'uccello impari a fare ripetuti tentativi per catturare la preda. Una volta pronto per la pratica dal vivo, si completa l’addestramento usando i piccioni come esche.I falchi sono apprezzati per la caccia per il loro istinto e la loro velocità inoltre si distinguono dagli altri animali predatori, perché possono essere addestrati a consegnare la preda, senza prima ucciderla. Questo è molto importante perché nell'Islam, gli animali usati per il cibo devono essere uccisi con il rito indicato nel Corano, al fine di garantire che la carne sia halal.Sia il processo di addestramento che la caccia richiedono molta pazienza e comprensione dell'uccello da parte del falconiere; questo crea un legame unico e un linguaggio speciale tra falco e falconiere. Gli uccelli, dato che possono volare liberi durante la caccia, devono essere anche addestrati a far sempre ritorno dai loro proprietari e per questo viene data loro una ricompensa di cibo.Alcuni falchi sono catturati in natura, altri sono allevati. I falconieri usano speciali attrezzature fatte a mano, incluso un cappuccio in pelle chiamato al burqa per coprire la testa e gli occhi del falco quando non vola. Il supporto di legno usato come trespolo per l'uccello è costituito da un ampio piano piatto attaccato al bastone che può essere facilmente bloccato nella sabbia. Una protezione dell'avambraccio fatta in pelle è indossata dal falconiere come trespolo per l'uccello tra caccia e voli di addestramento. Oggi, un equipaggiamento essenziale è il faro GPS attaccato alla zampa dell'uccello.La popolarità della falconeria negli Emirati Arabi Uniti è cresciuta talmente tanto nel corso degli anni che il paese ha istituito anche due ospedali specializzati per la cura di questi magnifici uccelli: il Dubai Falcon Hospital e il Abu Dhabi Falcon Hospital . Entrambi si dedicano esclusivamente alle cure di questi animali e sono attrezzati per fornire ai falchi la migliore assistenza sanitaria possibile. Oltre ad avere un accesso immediato alle cure mediche, i falchi sono gli unici animali negli Emirati Arabi che sono legalmente autorizzati a viaggiare all'interno degli aerei - esclusivamente in prima classe, godendo di un livello di lusso che la maggior parte degli umani può solo sognare. Hanno un posto riservato a sedere e un passaporto regolare - un documento che registra data e luogo di nascita, razza, vaccinazioni. Molti falchi sono originari dell’Europa, alcuni addirittura della Siberia, come il girfalco, il più grosso, fino a un metro e 70 centimetri di apertura alare, a fronte del metro e 3 centimetri del più comune falco pellegrino. Il valore di un girfalco può arrivare a 250 mila dollari, il prezzo dei pellegrini va dai 10 ai 25 mila dollari. La stagione della falconeria è da settembre a marzo e il raduno a Messaeed tradizionalmente chiude la stagione. Dopo settimane passate a cacciare, i campioni si prendono un meritato riposo. Prima però tocca loro una passerella finale, un «concorso di bellezza». Con i becchi e gli artigli debitamente lucidati, i falchi vengono giudicati da occhi esperti. Al fortunato proprietario del migliore, tocca un premio di mezzo milione di riyal, circa 150 mila dollari. La pratica della falconeria è stata aggiunta nel 2012 dall'UNESCO nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell'umanità. Nello stendardo presidenziale degli Emirati è rappresentato un falco che regge tra gli artigli una pergamena rossa su cui si legge il nome del Paese.

domenica 3 novembre 2019

La madrasa


Madrasa di Samarcanda

Il termine arabo madrasa può essere tradotto semplicemente con “scuola”. In arabo e in molte lingue influenzate dall'arabo, madrasa (madrasa o medrese) rappresenta qualsiasi istituto di apprendimento privato, pubblico, laico e religioso che includa una scuola e un'università per studenti musulmani o non musulmani. Generalmente però gli edifici storici che portano il nome madrasa, sono delle antiche scuole coraniche, dove ci si concentrava sull’insegnamento della lettura del Corano e della religione islamica. Era fondamentale quindi l’apprendimento della lingua araba, della storia e della letteratura sacra dell’islam.
Nella madrasa sono presenti anche gli alloggi per gli studenti, e vi è spesso annessa una moschea. Le madrase di solito includono pochi corsi, normalmente due, l' hifz (dove si memorizza l'intero Corano) e 'Alim (per coloro che vogliono diventare leader musulmani). Un 'Alim insegna l'interpretazione del Corano, la legge islamica, gli insegnamenti del profeta Maometto, la logica e la storia musulmana. Tuttavia, nei paesi delle minoranze musulmane, la madrasa fa riferimento a un sistema di educazione religiosa in cui gli studenti studiano contenuti islamici in arabo, tra cui il Corano, l'Hadith, la storia islamica e la letteratura araba.
Le madrasa hanno una storia lunga e ricca. Dopo la nascita dell'Islam nel settimo secolo, i musulmani che desideravano un'educazione religiosa si unirono a circoli di studio nelle moschee dove gli insegnanti davano istruzioni. Nel corso dei successivi 400 anni, ulteriori centri di apprendimento, fondati e dotati da sovrani, alti funzionari e ricchi membri della comunità, si incontrarono in biblioteche pubbliche e private. Queste erano le prime forme di madrasa .
Entro l'XI secolo , le madrasa erano centri di apprendimento indipendenti ben consolidati con alcune delle caratteristiche che conservano ancora oggi. Avevano edifici permanenti, personale retribuito e studiosi residenti con alloggi e stipendi. Agli studenti veniva dato vitto e alloggio e un'istruzione gratuita. Le madrasa in genere insegnavano calcoli, grammatica, poesia, storia e soprattutto il Corano e la legge sacra. A un livello superiore insegnavano materie letterarie e aritmetiche. Queste scuole si diffusero rapidamente. Durante il Medioevo, mentre meno del 5% degli abitanti dell'Occidente imparava a leggere e scrivere, migliaia di madrasa diffondevano l'alfabetizzazione fino in Russia, Mongolia, pianure cinesi, India e arcipelago malese . Durante il XIX e il XX secolo, missionari cristiani e sovrani coloniali come gli inglesi aprirono scuole basate su un modello educativo occidentale e offrirono corsi di inglese, scienza e tecnologia. Con l'ammodernamento delle economie, i musulmani che hanno continuato a scegliere le madrasas rispetto ad altre scuole hanno scoperto di non avere la formazione necessaria per lavori ben pagati. La loro mobilità socioeconomica ne ha sofferto. Tuttavia, molte madrasa si sono rifiutate di integrare soggetti non religiosi nei loro programmi. Di conseguenza, un doppio sistema di scolarizzazione è diventato la norma: uno centrato sull'Islam, l'altro occidentalizzato.


mercoledì 16 ottobre 2019

Il matrimonio in Algeria



In Algeria, la donna può contrarre matrimonio a 18 anni, l’uomo a 21. Vi sono diritti e doveri reciproci e la donna può disporre dei propri beni economici. Vige il predominio del marito nelle relazioni familiari, vi è sempre per la donna il tutore matrimoniale, rimane la poligamia, ma deve essere accettata dalla moglie precedente e rimane il ripudio che è tolto al potere del marito e deve essere deciso da un Giudice. La donna divorziata perde la custodia dei figli, l'adozione è proibita ed è proibito il matrimonio fra una donna musulmana e un uomo non musulmano. Il lavoro femminile fuori di casa, nei villaggi e classi sociali meno scolarizzate può essere considerato abbandono del tetto coniugale e quindi consente al marito di chiedere anche il ripudio. C'è l'obbligo della moglie che ha la custodia del figlio di educarlo nella religione islamica.
Ma vediamo come si svolge il matrimonio in Algeria.
La particolarità del matrimonio algerino è che si svolge allo stesso tempo per lo sposo e la sposa; l'uomo non viene messo da parte per la maggior parte del tempo come succede nei paesi vicini come Marocco e Tunisia, ma partecipa alla festa tanto quanto la sua fidanzata.
1- La proposta di matrimonio: fidanzamento o khotba.
Affinché il matrimonio sia accettato, ii futuro marito deve chiedere la mano della ragazza ai suoi famigliari. Secondo la tradizione, lo sposo accompagnato dai suoi genitori, deve portare regali come dolci, latte e fiori. Se i genitori della ragazza acconsentono al matrimonio, le due famiglie concordano la quantità della dote e la natura dei vari doni che verranno scambiati. Una volta terminati questi passaggi, i futuri sposi sono fidanzati. In generale, tra la proposta di matrimonio e la celebrazione stessa, trascorre un anno.
2- Preparazioni tradizionali per il matrimonio.
Un matrimonio algerino può differire in base alla regione in cui viene celebrato. In generale, questa è una grande festa che può durare 3-4 giorni o anche una settimana e sono presenti molti riti che si svolgono con un ordine preciso. Ad esempio la preparazione dei pasti che tradizionalmente sono preparati dalle due famiglie unite e dai loro parenti. L'uso di un ristorante non è una pratica conforme alla tradizione.
3- L’hammam.
Il giorno successivo alla preparazione dei pasti è riservato al relax e alle cure. La futura sposa accompagnata dalle donne della sua famiglia e dalle donne anziane, che assicurano il rispetto della tradizione, si recano all’hammam ed eseguono i loro rituali di bellezza. Le cure saranno accompagnate da canti e preghiere religiose.
4- La cerimonia di El Khouara.
La madre della sposa organizza nella propria casa una festa per i suoi amici e parenti. In questa occasione la sposa sfila in diversi abiti tradizionali e la famiglia distribuisce confetti, bevande, pasticcini. Maggiore è il livello sociale della famiglia, più la sposa dovrà indossare abiti diversi durante la sua sfilata.
5- L'henné o "el taâliq”.
Le donne della famiglia dello sposo si prendono cura della decorazione all'henné della sposa, come benvenuto e le regalano una valigia bianca o “jehaz" che può contenere sottovesti, biancheria intima, sapone e profumo. Il contenuto della borsa verrà rivelato solo dopo l’applicazione dell'henné. Anche gli ospiti dovranno offrire regali alla sposa. La futura moglie indossa un abito chiamato "charb ezdaf" o "binouar".  che ha motivi floreali, è lungo fino alle caviglie ed è senza maniche.
6-La celebrazione del matrimonio.
Quando la ragazza è abbigliata e pronta per il matrimonio, viene portata nella sua nuova famiglia ma, secondo la tradizione, i suoi genitori non possono accompagnarla. Sarà accolta dalla suocera con latte e datteri, segni di fertilità e buona comprensione nella coppia. A questo punto lo sposo,completamente vestito di bianco, può andare a prendere sua moglie.
La stessa sera, si tiene una seconda cerimonia di henné per lo sposo a cui verranno offerti regali.
7- L’ultimo giorno del matrimonio.
Viene offerto un pasto in onore dei genitori della sposa, che sono venuti a trovare la loro figlia. Secondo la tradizione, la settimana dopo il suo matrimonio, la sposa non fa lavori domestici e non esce di casa.
Matrimonio civile e religioso.
Il matrimonio religioso o "fatha" è celebrato presso i genitori della sposa da un imam che prima di tutto richiede l'approvazione della sposa affinché si possa celebrare il rito, poi parla delle condizioni del matrimonio e dell'importanza dell’amore. Alla fine, invita la coppia a leggere un capitolo del Corano.
Una volta formalizzata l'unione religiosa, il matrimonio civile può aver luogo ed essere celebrato.

mercoledì 2 ottobre 2019

Il cinema egiziano



In Egitto, il cinema nasce nel 1896. Le prime proiezioni si svolgono nell'Hammam Schneider ad Alessandria, trasformato per l’occasione in cinema, dove viene proiettato un film dei fratelli Lumière. Negli anni successivi si utilizzano, per le proiezioni, luoghi di aggregazione come i caffè e solo nel 1906 si inaugura il primo vero cinema al Cairo.
Inizialmente, gli spettatori egiziani possono guardare unicamente film muti, francesi e  italiani, ma nel 1912-1915 si iniziano a girare le prime scene in Egitto che mostrano principalmente scene di vita quotidiana.
Il primo film egiziano è di media durata prodotto in cooperazione italo-egiziana della durata di circa 35 minuti, che rimane senza successo perché senza un background interessante e interpretato da attori stranieri. Nel 1927 esce nelle sale il primo lungometraggio egiziano,”Leila”, diretto da Wadad Orfi e interpretato dall'attrice Azizza Amir. Ma è solo negli anni '30 , con l'arrivo del sonoro, che si sviluppa il cinema egiziano. “Awlad al-Zawat" , con Yusuf Wahbi e Amina Rizk , esce nel 1932 ed è il primo film parlante. Il successo ottenuto dal cantante Mohamed Abdel Wahab nel suo film “The White Rose” (1932) dà alla luce un nuovo genere, la commedia musicale, che incontrerà tutti i grandi della canzone egiziana: Farid El Atrache, Chadia, Muhammad Abd al-Wahhab, Umm Kulthûm, Layla Murad, Sabah. “Widad” di Ahmad Badrakhan , è il primo film musicale in cui canta Umm Kulthûm. Nel 1935 , Talaat Harb fonda Misr Studios , che consente all'Egitto di avere studi equivalenti ai principali studi di Hollywood. In Egitto, il cinema diventerà il settore industriale più redditizio dopo il tessile. Ma, intossicato da un successo troppo facile, il cinema egiziano uccide il pollo con le uova d'oro: mentre le sue produzioni invadono il mercato arabo, la sua qualità diminuisce. Alcuni critici lo definiscono "cinema loukoum” cioè il cinema all’acqua di rose. Nel 1947 entra in gioco la prima legge di censura, che proibisce sia le riprese nei quartieri popolari che nelle case dei fellah, proibisce anche di filmare donne che indossano il velo e scene di disordine sociale. Il regime derivante dalla rivoluzione del 1952 istituisce un cinema di stato. La nuova istituzione ha il merito di promuovere l'espressione di un certo (neo) realismo sociale. Ciò consente al cinema egiziano di recuperare il ritardo con il romanzo. È allora che la generazione di grandi registi segnerà la settima arte araba. Il primo a farsi conoscere, Salah Abu Sayf, usa gli scenari di Mahfûz e rivela l'attore Omar Sharif in “Morte tra i vivi”. Le sue opere eccezionali - Le Sangsue (1956), Le Coudaud (1957), C'est ça l'amour (1958), N'éteins pas le soleil (1961) - sono tutte segnate da innegabili ricerche tecniche. Allo stesso tempo, Husayn Kamal diventa noto con un film neorealista con immagini superbe: "il fattore" (1968).
Un altro regista, Tawfîq Salâh, dà un nuovo sguardo alla società egizia in “The Revolt” (1966) e nel “Journal of a Campaign Substitute” (1968) basato sul famoso romanzo autobiografico Tawfîq al-Hakïm. Tawfîq Salâh è un regista impegnato, ma con le sue inquietanti dichiarazioni  è costretto ad andare in esilio in Siria .
Dal 1973 il cinema egiziano è in crisi. Le produzioni della Cité du Cinéma, ospitate in un moderno quartiere sulla strada per le Piramidi, diminuiscono. Gli scenari ordinari raramente si discostano dallo stile melodico. La messa in scena usa e abusa della danza del ventre. Il cinema non rappresenta più una delle principali risorse dello stato. Nel 1976 si organizza un festival cinematografico internazionale al Cairo per fermare il declino delle produzioni nazionali. Si spera che i "Golden Nefertiti", la suprema ricompensa di questo evento, diano lo stimolo necessario ai produttori egiziani per trovare, a lungo termine, la strada della qualità.

sabato 14 settembre 2019

Moschea Shah Faysal.



La Moschea Shah Faysal (Shah Faysal Masjid) è la più grande moschea del Pakistan e dell'Asia meridionale; una delle più grandi moschee del mondo.Si trova a nord-ovest della capitale pakistana di Islamabad, di fronte alle colline Margalla e ha una superficie coperta di 54.000 metri quadrati. Può ospitare 10.000 fedeli nella sala di preghiera principale, 24.000 nel portico, 40.000 nel cortile ed altri 200.000 in un terreno adiacente. I quattro minareti, basati su modelli ottomani, sono alti 80 m  e sono i più alti minareti dell'Asia meridionale. La moschea Fayṣal prende il nome dal defunto re Fayṣal bin ʿAbd al-ʿAzīz dell'Arabia Saudita che ha sostenuto e finanziato il progetto. 
Nel 1966, il re Faysal, visitando il territorio che dominava Islamabad ne rimase colpito e propose la costruzione di un'enorme moschea. 
Nel 1969 si tenne un concorso internazionale, in cui architetti provenienti da 17 paesi  presentarono 43 proposte. Dopo quattro giorni, fu selezionato il progetto dell'architetto turco Vedat Dalokay. La costruzione della moschea iniziò nel 1976 e fu terminata nel 1986. Al governo dell'Arabia Saudita costò 130 milioni di riyal sauditi (circa 120 milioni di dollari di oggi). Lo stesso re Faysal fu coinvolto nel finanziamento della moschea e dopo il suo assassinio nel 1975, sia la moschea che la strada che vi conduce sono state intitolate a lui.
Sormontata da tetti spioventi (in netto contrasto con le tradizionali cupole presenti nella maggior parte delle moschee), la moschea somiglia ad una tenda dei beduini arabi e molti musulmani conservatori criticarono il progetto per il suo design e proprio per la mancanza della cupola tradizionale, ma tutte le critiche furono messe a tacere dalle dimensioni della moschea.
Il complesso contiene anche sale per un centro di ricerca islamica , una biblioteca, un museo e un auditorium. La grande sala di preghiera ha le pareti decorate con mosaici e calligrafie del famoso artista pakistano Sadequain. L'illuminazione centrale è realizzata da una sfera di tubi in alluminio anodizzato dorato che trasporta una lampada a incandescenza a ciascuna estremità e un grande anello di downlight. La sfera formata da circa 1000 lampadine ha un diametro di 10 metri, l'anello "satellite" è composto da 40 luci e ha un diametro di circa 40 metri. Tra le singole lampade una tenda di catene ornamentali color oro stabilisce la connessione. Questa illuminazione è stata progettata dal lighting designer tedesco Johannes Dinnebier in collaborazione con l'architetto. I visitatori sono i benvenuti, ma i non musulmani sono invitati a evitare i tempi di preghiera e il venerdì. Lasciare le scarpe al bancone prima di entrare nel cortile e ricordarsi di vestirti in modo consono(le donne dovrebbero portare il velo),sono regole da rispettare.
La moschea Fayṣal è stata descritta nel libro: "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini.

sabato 27 luglio 2019

Lo sloughi : il levriero arabo.



E’ rapido come una freccia. Alla velocità della luce blocca la sua preda e attende con calma l’arrivo del suo padrone. E’ quest’ultimo che ucciderà il selvatico, perchè è cosi’ che vuole il Profeta. Anche il poeta arabo Abu Nuwas (757-815 d.C.)  rese omaggio allo sloughi dopo essere stato ospite di una tribù di Beduini, dove questi cani godevano di un trattamento di favore. Dieci secoli dopo, il generale di divisione francese Eugéne Dumas, direttore degli Affari dell’Algeria e console di Francia dal 1837 al 1839, a lato dell’emiro Abd-el-Kader, divenne testimone del ruolo tenuto da questi levrieri nella vita dei Beduini. “Nella tenda, lo sloughi dorme vicino al suo padrone sotto una coperta che lo protegge dal freddo. Al collo, indossa collari preziosi e portafortuna“. Nelle tribù, questi animali ricevono i migliori alimenti disponibili e, se necessario, le donne allattano i cuccioli in difficoltà. Alla morte di uno sloughi tutti piangono come se avessero perso uno dei loro famigliari. Un beduino era considerato un uomo ricco, di successo, quando possedeva tre cose: un falco potente, un cavallo nobile e uno sloughi. Gli uomini attraversano il deserto a cavallo, i loro cani sistemati sulla sella e il falco appollaiato sul braccio. Un flebile fischio del cavaliere e il falco si invola alla ricerca dei una preda: gazzella, lepre, volpe del deserto. Dopo che il rapace individua il selvatico e  lo abbatte con i suoi artigli giunge il momento di lasciare il cane. Quest’ultimo si lancia in una corsa irrefrenabile mentre il falco tenta di fermare il selvatico attaccandolo alla testa. Se il falco fallisce, il cane solo prosegue la sua corsa, anche per ore, sino a raggiungere ed abbattere la preda stremata. Con la sua anatomia, forgiata nel deserto, nessun animale di quei luoghi è più rapido e più perseverante di uno sloughi. Mentre i cani, considerati come dei bastardi di strada, non hanno vita facile nei paesi islamici (se un credente ne tocca uno dovrà lavarsi le mani per sette volte ) gli sloughi beneficiano di un aura particolare. Sono considerati degli animali puri e nobili: “Il levriero è un dono di Allah, è la nostra ricchezza, toccandolo ne siamo onorati“, dicono i beduini. La sua reputazione ovviamente è dovuta alle sue doti straordinarie di cacciatore, che permette ai beduini di mangiare carne malgrado le difficoltà di vita presenti nel deserto (oltre i 60° di giorno e 0° la notte). Ma il principale motivo della sua estrema popolarità è riferita alla sua leggenda, che si tramanda da secoli. Si dice infatti  nel Corano che uno sloughi, chiamato Kitmir, veglio’ 309 anni il letto dei sette martiri dormienti (Efeso). Per aver compiuto questo dovere, Maometto accordo’ al levriero di entrare nel Paradiso. “Ecco perchè lo sloughi è considerato come il cane di Maometto“, concordano diversi allevatori marocchini. Ed ecco perché in Africa del nord, lo sloughi resta un cane difficile da acquistare. Tre sloughi vivono a Palazzo con il re Mohammed VI e quando il sovrano dorme, i cani vegliano il suo sonno nell’anticamera e neppure le guardie del corpo possono a quel punto entrare, racconta un allevatore marocchino. Il contatto millenario con gli uomini ha sviluppato in loro il dono di poter leggere nel pensiero degli umani; si ha quasi l’impressione che questi cani sappiano quando qualcuno ha delle cattive intenzioni.

lunedì 1 luglio 2019

Ait Ben Haddou ( Marocco)



La città fortificata, o Ksar, di Ait Benhaddou è uno dei 9 siti del Marocco che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Secondo una credenza locale la città fu fondata da un uomo chiamato Ben-Haddou nel 757 d.C., tuttavia nessuna delle costruzioni sembra essere antecedente al 17° secolo, anche se la tecnica costruttiva è molto più antica. Questa bellissima Ksar si trova lungo la strada del commercio che le carovane percorrevano attraverso il deserto del Sahara dal Sudan fino a Marrakech ed è un esempio lampante dell’antica architettura del Marocco meridionale. La Ksar è un concetto abitativo tribale, tradizionale del Marocco pre-sahariano, composto da un gruppo di edifici costruiti nel 1600 con materiali organici, tra cui un ricco fango rosso, e racchiuso all’interno di alte mura dove ancora oggi alcune famiglie vivono. Ait Benhaddou è stata costruita su una collina, in modo da dominare la vallata, lungo le sponde del fiume Ounila, ai piedi delle montagne dell’Atlante, a 30 chilometri da Ouarzazate. Caratteristici del Ksar le torri angolari e i vicoli stretti che si arrampicano tra le abitazioni, le Kasbah di ricchi mercanti. Sulla sommità della collina svetta un grande granaio fortificato chiamato agadir. Questo straordinario complesso comprende anche una moschea, una piazza e il santuario del Santo Sidi Ali. In confronto ad altri ksour della Regione, il Ksar di Ait-Benhaddou ha preservato la sua autenticità architettonica per quanto riguarda la configurazione e i materiali e, nella parte bassa del paese, si possono osservare alcuni elementi decorativi. Situata nella provincia di Ouarzazate, questo luogo unico compare spesso nei film ambientati in Marocco come ad esempio nei film "Il gioiello del Nilo", "Il Gladiatore”, “Alessandro" e “il trono di spade”.


mercoledì 12 giugno 2019

Rhassoul: lo shampoo naturale.




Il rhassoul, rassoul o gahssoul è un argilla (hectorite per l’esattezza) saponifera ricca di minerali, estratta dal massiccio dell’Atlante, in Marocco, ed esattamente nelle regioni di Ksabi. La parola rhassoul deriva dal verbo arabo “rassala” e significa “lavarsi”, infatti le saponine contenute in questa argilla le permettono di avere un’azione detergente che è stata sfruttata fin dall’antichità dalle popolazioni locali, che la utilizzavano come shampoo, come sapone per il corpo e anche per la biancheria. Ancora oggi il  rhassoul è parte integrante della cultura dell’hammam, così come l’utilizzo del sapone nero e del guanto di crine. Per tradizione infatti il rituale dell’hammam prevede un impacco purificante e ristrutturante su tutto il corpo con quest’argilla, di solito mescolata con acqua di fiori d’arancio per profumarla.Per un uso corretto del rhassoul si deve evitare il contatto dell’argilla con elementi metallici, in quanto si possono verificare scambi cationici tra il metallo e l’argilla stessa è quindi opportuno usare ciotole di ceramica (o vetro) e mestolini in legno. Gli shampoo e i saponi a base di tensioattivi modificano chimicamente l’equilibrio della pelle o del cuoio capelluto. Il rhassoul invece, agisce principalmente attraverso un processo fisico rispettando la pellicola lipo-protettrice della pelle e dei capelli, non irritando le ghiandole sebacee. Mischiato con l’acqua, le sue fini particelle si gonfiano per formare una pasta densa, che assorbe le impurità e i grassi, che vengono poi eliminate al momento del risciacquo. E’ indicato per tutti i tipi di capelli e particolarmente consigliato per la dermatite seborroica. E’ indicato anche come maschera per il viso, per schiarire le macchie della pelle e per eliminare impurità e punti neri. Per questo uso si può utilizzare come una vera e propria base, da mescolare con altri ingredienti (miele, polpa di frutti, yougurt, olii ) a seconda del risultato che si vuole ottenere.
Le maschere con l’argilla devono essere tenute sul viso  fino a che l’argilla non inizia a seccare poi si sciacqua con acqua tiepida.Usato come impacco lavante per il corpo, lascia la pelle liscissima!

-La ricetta di una maschera da usare per viso e corpo:
50 ml di ghassoul
10 ml di miele*
10 ml di succo di limone
qualche goccia di latte
qualche goccia di olio di mandorle dolci

Mescolare gli ingredienti fino ad ottenere una pasta omogenea, spalmare e lasciare agire circa 15 minuti, dopo di che sciacquare.

lunedì 20 maggio 2019

Il gatto delle sabbie



Il gatto delle sabbie è uno splendido felino che vive esclusivamente in habitat sabbiosi come deserti e dune. È presente in tre aree distinte del mondo: nei deserti africani del Sahara in Algeria, Niger e Marocco, in tutta la penisola arabica e in alcune zone dell'Asia centrale tra cui Turkmenistan, Iran, Pakistan e Afghanistan. Fu scoperto nel 1858 e classificato da Victor Loche come felis margarita in onore del militare francese a capo della spedizione che lo scopri: Jean Auguste Margueritte. Sopporta condizioni climatiche estreme, con temperature che durante il giorno possono toccare punte di oltre 50 °C e di notte crollano fino a – 5 °C. Il suo corpo è una macchina perfetta per fronteggiare le avversità del deserto, in particolare le orecchie appuntite e munite di bolle timpaniche molto sviluppate assicurano all'animale un udito eccezionale in grado di localizzare di notte le prede nascoste sotto la sabbia. Rispetto a molti altri felini questo gatto è relativamente piccolo con un peso che va dai 1,5 a 3,5 kg, la coda lunga e le zampe corte. Il pelo di questo gatto è color deserto, giallo-sabbia chiaro con strisce nere o comunque scure sul dorso ma anche su zampe e coda mentre può comparire del bianco sul ventre e in zone intime. In inverno, il mantello può diventare molto folto, anche con peli lunghi 5 cm, ma la cosa più particolare è la lunghezza dei peli che coprono le zampe e che formano una sorta di cuscinetto su cui il gatto delle sabbie cammina in modo da non scottarsi. Conduce una vita solitaria tranne nei pochi momenti in cui si deve accoppiare. Vive in tane abbandonate da volpi o istrici dove resta soprattutto di giorno, anche per stare all’ombra, perché a caccia ci va di notte. Le sue prede sono roditori, lucertole, uccelli e insetti. È considerata una specie rara, difficile da studiare. Le abitudini schive dell'animale e l'ambiente proibitivo in cui vive ostacolano il lavoro dei ricercatori, per cui il comportamento in natura del “sand cat” è ancora avvolto dal mistero. Come se non bastasse, di notte i gatti della sabbia chiudono gli occhi se si avvicina un uomo, diventando quasi impossibili da individuare così perfettamente mimetizzati con l’ambiente.

domenica 5 maggio 2019

Riti e tradizioni del Ramadan

Seheriwalas - India
Il Ramadan non è solo un tempo di digiuno e preghiera, ma anche di riti e tradizioni uniche che si tramandano di generazione in generazione tra le diverse comunità musulmane del mondo. Eccone alcune:
-Egitto
In Egitto la popolazione accoglie il Ramadan con lanterne colorate, che simboleggiano l’unità e la gioia del mese sacro musulmano. Sono molte le leggende che raccontano la nascita delle lanterne e una di queste narra che durante la dinastia fatimide (attorno all’anno mille) l’esercito ordinò alla gente di accogliere il califfo di notte, illuminando le strade con candele e, per proteggere le fiammelle, di avvolgerle con una protezione in legno. Le semplici scatolette di legno divennero poi elaborate lanterne, che brillano ancora oggi nelle notti egiziane. In Egitto, come in tanti altri paesi, i bambini vanno in giro con le lanterne, cantando e offrendo le benedizioni di Allah, in cambio di dolci e piccoli regali.
-Libano
In Libano e in altri paesi del Medio Oriente, colpi di cannone a salve segnalano ogni giorno l’Iftar, la cena che interrompe il digiuno quotidiano. E’ una tradizione, chiamata Midfa Al Iftar, nata casualmente al Cairo 200 anni fa, quando l’allora governatore ottomano, Kosh Qadam, mentre stava provando un nuovo cannone, sparò volontariamente un colpo, proprio al tramonto. Anziché spaventarsi, la popolazione pensò che fosse un modo per segnalare la fine del digiuno e in tanti si complimentarono con il governatore per la nuova idea. La figlia Fatma chiese al padre di istituzionalizzarla .
-Marocco, Turchia, India, Albania
Durante il Ramadan, prima dell’alba, le strade delle città e dei villaggi marocchini si popolano di fanar, persone scelte nelle comunità locali per la loro onestà e il loro altruismo che, vestite con i tradizionali abiti lunghi bianchi e i cappelli rotondi locali, suonano il corno e cantano dolci melodie, per svegliare la gente per la colazione del mattino, il suhoor, un ricco pasto da consumarsi prima che sorga il sole. E’ un rito che ha radici lontane: la leggenda narra che un compagno di Maometto, nel settimo secolo, avesse l’abitudine di girare per le strade all’alba, cantando preghiere con una bellissima voce.
In Turchia invece, ci pensano oltre 2 mila suonatori di tamburo, anche loro in abiti tradizionali, a dare la sveglia per la colazione.
In India, nonostante la maggioranza induista, a New Delhi, sin dalle 2 di notte, nei quartieri con forti minoranze musulmane, vanno ancora in giro i seheriwalas, eredi della cultura dell’antica dinastia Moghul e dell’era musulmana, ed inneggiano al nome di Allah per svegliare i loro correligionari.
In Albania sono invece i membri della comunità rom musulmana a suonare il tamburo e a ballare per le strade, alla fine della giornata del digiuno, e sono spesso invitati nelle case per esibirsi in danze tradizionali.
-Indonesia
In Indonesia, i musulmani si purificano collettivamente, lavandosi tutti insieme in acque di sorgente e insaponandosi dalla testa ai piedi, specie a Giava. Le sorgenti hanno un profondo significato religioso nella cultura locale. Un tempo erano i religiosi musulmani che indicavano ai fedeli i luoghi dove immergersi. Oggi ciascuno si reca nei laghi e nei torrenti più vicini.
-Iraq
Nella notte, dopo aver interrotto il digiuno del Ramadan e mangiato abbondantemente, molte persone in Iraq si radunano in sale o piazze per giocare alla partita di mheibes, o gioco dell’anello. Le squadre sono due e possono andare dai 40 fino ad un massimo di 250 giocatori. Il capo della prima squadra tiene l’anello nascosto tra le sue mani sotto un velo. Gli altri membri sono tutti seduti con le mani serrate a pugno chiuso posate sul grembo. Il capo passa di nascosto l’anello ad un compagno e gli avversari devono indovinare, basandosi solo sul linguaggio del corpo, chi lo ha ricevuto. La partita dell’anello era un gioco di dissimulazione molto popolare in Iraq. La guerra sembrava averlo spazzato via e invece negli ultimi anni è ritornato ad essere praticato nel mese sacro.
-Sudafrica
La fine del Ramadan è segnalata in tutto il mondo dall’apparire della nuova luna. In Sudafrica i musulmani la celebrano con “gli avvistatori della luna”, che si appostano nei luoghi più spettacolari di Cape Town, la “città Madre” sudafricana, ed aspettano che il satellite della Terra appaia. Il primo che riuscirà a vederla ad occhio nudo darà la notizia e, in un tam tam collettivo, tutta la comunità musulmana sudafricana sarà informata che il Ramadan è finito e che la festa dell’ Eid Al Fitr a conclusione del mese sacro può cominciare.

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